Ostara, la Dea della Primavera che diede il nome a Ostern, il termine germanico della Pasqua

Mercoledì 12 aprile 2017

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1. Albero addobbato con uova, Innichen — San Candido (Pustertal – Val Pusteria, Bozen – Bolzano)


1. L’Origine dei Simboli Pasquali: Lepre, Uovo e Gallina

Narra la leggenda di Ostara, Dea della primavera e della fertilità, la quale, in una passeggiata in un bosco ancora avvolto dal gelo dell’inverno, notò un uccello incapace di spiccare il volo a causa del freddo pungente. Mossa da compassione, decise di trasformarlo in un leprotto, sapendo che i piccoli di lepre a differenza di quelli dei conigli, nascono già formati e dotati di pelliccia, consentendo così al piccolo di sopravvivere agli ultimi giorni di rigore invernale. Sorprendentemente, nonostante la trasformazione, l’animale continuò a deporre uova che da quel momento ebbero i colori dell’arcobaleno, in onore e ringraziamento alla Dea. La lepre e l’uovo diventarono così simbolo della stagione primaverile.

Nei contesti culturali del centro Europa, incluso il Sudtirolo, la lepre ancora mantiene un ruolo di primaria importanza come simbolo della Pasqua, eredità diretta delle tradizioni legate alla Dea Ostara, nelle quali simboleggiava fertilità e rinascita.

Al contrario, nelle altre province italiane, si assiste a una significativa trasformazione di questi simboli iniziali. In una profonda risemantizzazione della simbologia legata alla stagione di rinascita, la lepre, tradizionalmente connessa ai riti primaverili, cede il posto al coniglio nelle celebrazioni pasquali. Inoltre, l’uccello che nella tradizione mitteleuropea viene associato alla gallina, subisce una trasformazione nella colomba che non solo acquisisce un significato diverso, divenendo portatrice di pace, ma attinge anche da un contesto religioso e cultuale completamente diverso. Questa transizione simbolica è ancor più rilevante considerando l’origine del termine Pasqua, che in italiano deriva dall’ebraico Pesach, integrando così simboli con radici culturali diverse.

Nonostante lepre e coniglio appartengano entrambi alla famiglia dei leporidi, le loro peculiari caratteristiche, sia biologiche che comportamentali, apportano sfumature distinte ai simboli che rappresentano. La sostituzione della lepre con il coniglio nelle tradizioni cristiano cattoliche del resto delle regioni italiane non rappresenta soltanto un cambio iconografico, ma segnala un’evoluzione nella percezione dei valori simbolici associati alla Pasqua. Da un lato, il mantenimento della figura della lepre nelle aree centrali, settentrionali e orientali europee riflette una continuità con le origini pagane del periodo in cui si celebra questa festività; dall’altro, l’adozione del coniglio come simbolo pasquale in aree come nel resto dell’Italia segna una reinterpretazione che si allinea più strettamente ai cambiamenti culturali e alle influenze religiose che hanno plasmato la celebrazione nel tempo.

Così, la figura della lepre, e successivamente quella del coniglietto, insieme all’uovo, assumono un significato simbolico che, pur trasformandosi nel tempo, continua a evocare la dimensione ciclica della natura e il rinnovarsi della Vita nelle celebrazioni pasquali.

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2. Tipiche uova multicolori, si trovano in vendita nei supermercati a partire dalla fine di febbraio, inizio di marzo

2. La Lepre: simbolo di fertilità, Divinazione e Transizione fra i Mondi

Ostara è spesso raffigurata come una lepre o come una donna dalla testa di lepre e non di rado accanto a questo animale, sottolineando il forte legame della Divinità con questo leporide. Simbolo lunare, la lepre di giorno si nasconde, per rendersi visibile alle prime luci dell’alba, muovendosi agilmente nell’erba alta, in un gioco di corsa e danza con le sue compagne, richiamando la lepre marzolina di Alice nel Paese delle Meraviglie. Rappresenta, insieme al coniglio, una dimensione simbolica legata al ciclo della Vita e alla Rigenerazione. La sua tendenza a mostrarsi maggiormente in momenti di luce incerta, in quelle ore che vengono considerate di confine, ha fatto sì che fosse considerata intermediaria fra questo Mondo e gli altri, collegandola ad Ecate, Divinità a cui era sacra proprio in nome degli stessi attributi lunari.

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3. Ostara, statua in bronzo. Walpurgishalle, Thale (Harz, Sachsen-Anhalt/Sassonia-Anhalt, Germania)

3. La Lepre per i Celti

Per i Celti, la lepre era vista come animale divinatorio e depositaria di antica saggezza ed era per questo strettamente legata a fate e streghe. Essi interpretavano i presagi dal suo modo di correre. Sebbene fosse allevata in zone quali la Bretagna e l’Irlanda, la sacralità dell’animale ne vietava il consumo della sua carne, eccetto che durante la caccia rituale dell’equinozio, quando diveniva cibo sacro per la comunità, che ne assumeva simbolicamente le virtù.

Vale la pena ricordare come nel corso dell’inverno, la lepre adatti il colore del suo manto, passando dalle tonalità bruno-grigiastre simili alla roccia, ad un bianco candido, per meglio confondersi con il terreno ricoperto di ghiaccio e neve. Nelle regioni più settentrionali, la lepre mantiene il suo manto bianco tutto l’anno per mimetizzarsi al meglio con l’ambiente circostante.

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4. Uova sode colorate e uova in legno decorate di provenienza est europea

4. La Lepre nella mitologia mondiale: Simbolo di Primavera, Fertilità e Cicli Lunari

Rivolgiamo ora la nostra attenzione ai simboli legati all’equinozio di primavera, noto nel Druidismo come Alban Eilir o Eiler — Luce della Terra. Questo momento, caratterizzato da un perfetto equilibrio tra giorno e notte, è espresso dal termine latino aequus nox — notte uguale. L’equinozio primaverile, noto anche come vernale, cade quando il sole attraversa l’equatore e viene tradizionalmente celebrato tra il 20 e il 23 marzo, segnando il passaggio dall’introspettiva stagione invernale alla rinascita segnata dallo sbocciare di fiori e frutti. In questo contesto la lepre diviene simbolo di una fertilità rigogliosa, riflettendo la prontezza del terreno per la semina e il sorgere dei frutti della sua gestazione.

La lepre si manifesta in numerose tradizioni in tutto il mondo, spaziando dalle culture europee a quelle asiatiche ed africane. Si dice che i disegni sulla superficie lunare siano impronte di lepri, o addirittura le lepri medesime, a testimonianza dell’associazione lunare di questo animale. Nella tradizione buddhista, è raccontato di come Buddha incontrò una lepre disposta a sacrificarsi balzando nel fuoco per placare la sua fame e in onore a tale gesto impresse l’immagine dell’animale sulla superficie lunare. In Cina, la lepre è simbolicamente rappresentata con mortaio e pestello per preparare l’elisir dell’immortalità. Sempre in Cina e, più diffusamente, nel resto d’Oriente a sottolineare il suo legame con la Luna, si ritiene che la lepre possa partorire solo guardando il satellite. Persiste in queste culture la superstizione che collega la visione lunare al parto umano: si riteneva che se una donna avesse partorito guardando il satellite terrestre, il nascituro avrebbe potuto avere il labbro leporino. Nell’Antico Egitto, Osiride, dopo essere stato smembrato e gettato nelle acque del Nilo, assume talvolta le fattezze di lepre, conferendole una sacralità tale da vietarne la caccia.

Nelle Tradizioni europee, nella Mitologia Norrena, la Dea Freyja è descritta con lepri come ancelle. La lepre nell’antichità, oggi parzialmente sostituita dalle rappresentazioni popolari del coniglietto, condivide con quest’ultimo un tratto distintivo: la notevole fertilità, simboleggiata nell’iconico dono dell’uovo.

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5. Ostermarkt Innsbruck — Mercatino di Pasqua di Innsbruck

5. Due strade per una parola: l’evoluzione etimologica di “Lepre” in Italia e Germania

L’etimologia, ovvero lo studio dell’origine delle parole e della loro evoluzione nei secoli, offre il prezioso vantaggio di fornire una panoramica su come, riflettendo le variazioni di un contesto culturale, i termini si trasformino in forma, significato e uso all’interno di una lingua o tra lingue diverse.

Esaminando la radice più antica nota, possiamo cogliere non solo il principio di utilizzo di un vocabolo, ma, più significativamente, la cultura e la visione del mondo che esso manifesta. Di conseguenza, l’origine di una parola diventa un ponte tra il linguaggio e la percezione di una cultura che esprime quel termine.

Ci accingiamo ora ad analizzare l’etimologia del termine “lepre”, comune a molte lingue europee, che ci fornisce un esempio emblematico di come uno stesso concetto possa radicarsi in modi linguisticamente differenti, evidenziando specifici percorsi storici e culturali.

Partendo da questo assunto, focalizzeremo l’attenzione sulle varianti italiana e tedesca del termine; questo al fine di esplorare e confrontare le etimologie con l’intento di comprendere più profondamente sia le differenze che le somiglianze. Proprio attraverso i confini linguistici che analizzeremo, vedremo come i significati, sebbene convergano verso lo stesso animale, seguano percorsi distinti.

“Lepre” in italiano si riferisce ad un animale appartenente alla famiglia dei leporidi, all’interno dell’ordine dei mammiferi lagomorfi. La lepre è caratterizzata da un manto tendenzialmente grigio scuro, una coda corta, orecchie lunghe e zampe posteriori adatte ad effettuare lunghi salti. La voce latina lēpore attinge, secondo un primo collegamento linguistico, probabilmente dal substrato libico-iberico. Secondo un diverso nesso etimologico, fu adottato dai rimatori del Trecento nella forma dotta di lepore ed in quella francese di lièvre come attestato in Dante.

Molto ricercata per la prelibatezza della sua carne, se ne trova attestazione documentaria già prima del 1321, come già anticipato in Dante, oltre che in ricettari romani della prima metà del 1400 nella denominazione di lepere. Il vocabolo compare già in differenti espressioni trecentesche: lepre, levre, lièvre, lievore. La prima documentazione scritta di “leprotto”, inteso come lepre giovane, si rileva nel 1560.

Il vocabolo tedesco Hase, invece, compare antecedentemente all’VIII secolo. In Medio Alto Tedesco, has(e), così come in Antico Alto Tedesco has(o) e in Basso Tedesco Medievale hase, deriva dal protogermanico *hazôn¹ che significa proprio “lepre”. Questa forma si affianca a una variante con un leggero cambiamento grammaticale, che si ritrova in Antico Nordico come heri e in Anglosassone come hara. La diffusione del termine attraverso le lingue germaniche mostra l’importanza culturale e ambientale della lepre nelle società antiche.

Interessante è il legame con il protoindoeuropeo *koso-/ón, che suggerisce una radice ancora più antica per questo animale, condivisa anche in Antico Indiano (śaśá-, dove la seconda “ś” deriva da un processo di assimilazione), in Prussiano Antico sasins e trovando una corrispondenza in Gallese con ceinach. Questa connessione indoeuropea amplia la nostra comprensione di come la lepre fosse percepita nelle diverse culture antiche.

La voce “lepre” sembra originariamente significare “il Grigio”, un riferimento al colore del manto dell’animale. Questo legame tra l’animale e il suo colore è evidente in diverse lingue, come nel Lituano širvís (lepre) derivato da širvás (grigio), e si ritrova in Anglosassone come hasu (grigio-marrone), in Antico Nordico come hǫss (grigio), e oltre il Germanico, nel Latino cānus (grigio), che proviene dalla radice *kasno-².

Questo lemma ha trovato la sua strada in molte lingue moderne, come dimostrano l’olandese haas, l’inglese hare, lo svedese hare e l’islandese heri, attestando la persistenza e l’adattabilità di questa parola attraverso i secoli.

L’analisi di cui sopra esplora le profondità storiche e linguistiche del termine “lepre”, permettendoci di cogliere come il linguaggio umano sia riflesso ed al tempo stesso componente del mosaico dell’interazione umana.

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6. Addobbi primaverili, Innsbruck

6. La Lepre e l’Uovo: Viaggio Simbolico tra Cultura, Tradizione e Trasformazione

Nel contesto ebraico-cristiano, purtroppo, la lepre assume connotazioni negative: considerata impura nel Deuteronomio e nel Levitico, nel Cristianesimo viene spesso associata a paura e timidezza. In diverse opere artistiche è spesso raffigurata sotto i piedi di una santa, rappresentando la dicotomia tra verginità e peccato della carne.

Nel Medioevo, la lepre divenne simbolo di sventure e si riteneva che le Streghe potessero trasformarsi in questi animali. Si affermava che le ferite inflitte alle lepri fossero rinvenibili sui corpi delle donne accusate di stregoneria il giorno successivo. La lepre bianca, in particolare, era considerata presagio di morte.

Tuttavia, in altre Culture, la narrazione cambia significativamente. Presso i Nativi Americani, la Grande Lepre è venerata come simbolo eroico dell’alba nascente, capace di creare e trasformare. Per i Greci era sacra ad Afrodite ed a suo figlio Eros.

Similmente, la lepre di Ostara rappresenta rinascita e fertilità, incarnando la capacità di trasformazione emblematicamente rappresentata dall’uovo. L’uovo, antichissimo simbolo cosmico precristiano, esprime la doppia nascita: la prima volta al momento della deposizione, e la seconda alla schiusa. Questo ciclo riflette lo spuntare dei primi germogli, metafora del guscio che il pulcino dovrà rompere per venire alla luce. L’uovo, analogamente alla terra, protegge e nutre la vita che contiene sino alla sua piena manifestazione. Nei tempi antichi, quando gli Dei erano onorati, le uova venivano scambiate sotto un albero ritenuto magico nel villaggio, legando così Ostara ai culti arborei.

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7. L'Osterbaum — albero di Pasqua, simboli ancestrali rivestiti di nuovo significato dal Cristianesimo

7. Uovo Cosmico e cicli di rinascita: simbologia antica della Primavera

Sumeri e Babilonesi condividevano la credenza in un principio cosmico comune, secondo cui una colomba sorvolava le acque del caos, infondendo loro vita, trasformando così la potenzialità in esistenza concreta. Nei miti di queste due Civiltà la colomba era associata, però, ad un altro animale: il serpente; pertanto, rifacendoci a queste Tradizioni, l’uovo primordiale era un uovo di serpente. Analogamente, nella mitologia egizia, l’uovo cosmico emerge dalla bocca di un serpente di nome Kneph. Parimenti, la mitologia greca, in particolar modo nell’Orfismo, racconta di un uovo a cui è legato il mistero dell’esistenza, sovente rappresentato avvolto dall’Ouroboros, mitico serpente che si morde la coda in manifestazione di eterno ritorno.

Questi simboli, intrisi di significati legati alla rinascita ed al rinnovamento, persistono nelle celebrazioni della primavera e della Pasqua, conducendoci attraverso tutta una serie di ritualità che, per le aree germanofone dell’Europa, ci riportano a un passato remoto, decisamente anteriore all’era cristiana.

Tra le Tradizioni europee precristiane legate alla primavera, vi era quella che prevedeva uomini mascherati con pelli di animali e paglia, intenti ad aggirarsi per i boschi per indurre l’inverno ad allontanarsi. Parallelamente, giovani fanciulle vestite di bianco e ornate di fiori, spuntavano da rocce ed anfratti invocando l’avvento di Ostara.

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8. Uova dai colori pastello in vetrine di pasticcerie. Chur — Coira (Kanton Graubünden — Canton Grigioni, Svizzera)
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9. È usanza addobbare sia l'interno che l'esterno delle case, ma anche di negozi, bar, ristoranti in primavera. Un esempio esterno è questo vaso in foggia di uovo che accoglie fiori di primule e rami di gattici uniti insieme da nastri colorati di giallo

8. Uovo Cosmico e cicli di rinascita: simbologia antica della Primavera

Le informazioni disponibili su Ostara o Eostre (Eostra) nella forma inglese del suo nome, da cui deriva Easter (Pasqua in inglese), sono piuttosto scarne. Le prime menzioni risalgono a Beda il Venerabile, storico e monaco vissuto tra il 673 e il 735, divenuto poi Santo della Chiesa e celebrato il 25 maggio. Negli studi riportati nella sua opera De Temporum Ratione, nel capitolo XIII, Beda cita brevemente e senza particolari descrizioni, due Divinità: Ffrede (Rhede) ed Edstre (Eostra), come le eponime dei mesi di marzo e aprile, definendole espressamente Antiche Dee della sua gente che diedero origine ai nomi di Redmonath (marzo) e Eosturmonath (aprile).

Un ulteriore riferimento storico ci viene dall’autore latino, Eginardo (Fr. Eginard, Ted. Einhard, Lat. Einhardus 770 — 840), il principale biografo di Carlo Magno, che identificò il mese di aprile come Dstarmdnoth. Ancora oggi, in tedesco, il mese tipicamente associato alla Pasqua è aprile, ed è anche denominato Ostermonat. Ciò suggerisce quanto il Culto di questa Dea fosse radicato.

Il nome Ostara contiene la radice Ost che tuttora in tedesco indica l’oriente, e la cui etimologia sembrerebbe provenire da aus o aes, ovvero l’est; sarebbe dunque la Dea dell’alba o del sole nascente. Questa Divinità in effetti è rappresentativa di maggiore calore, luce, rinascita e crescita. È manifestazione quindi di ciò che con la Festa di Imbolc pulsava sotto la terra e timidamente iniziava ad emergere.

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10. Ostermarkt Innsbruck — Mercatino di Pasqua di Innsbruck, notare come su alcuni decori delle uova (sulla sinistra) compaia la coccinella, altro simbolo del periodo primaverile.
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11. 12. Uova di Pasqua, Val Gardena e Innsbruck fine XIX e XX secolo. Tiroler Folkskunst Museum — Museo Tirolese di Arte Popolare, Innsbruck
9. Ostara: crocevia di albe e Tradizioni nella ricerca germanistica Ostara nelle Tradizioni: Da Beda ai Fratelli Grimm e il Sincretismo Pasquale

Friedrich Kluge (Colonia 1856 — Friburgo in Brisgovia 1926), eminente germanista, ha sostenuto la tesi di Ostara come Divinità germanica. Nel suo rinomato *Etymologischen Wörterbuch der deutschen Sprache* (Dizionario etimologico della lingua tedesca), fa riferimento al ricercatore Leopold von Schroeder (indianista, Tartu, Estonia 1851 — Vienna 1920), il quale evidenzia come Ostara non sia l’unica Divinità dell’alba e del nuovo giorno. Von Schroeder traccia parallelismi con Divinità quali la lituana *Ausrine*, la lettone *Auseklis*, la romana Aurora, la greca *Eos* e l’indù *Ushas*, tutte figure divine accomunate dalla stessa caratteristica del nuovo sorgere.

È interessante notare come, nelle regioni settentrionali della Germania, in Basso Tedesco, il termine *Paschen* (Pasqua) fosse utilizzato nel Medioevo, molto probabilmente derivato dalla parola ebraica *Pesach*, a testimonianza della complessa stratificazione culturale e linguistica che accompagna le celebrazioni primaverili.

Tuttavia, la natura precisa di Ostara o Eostre rimane avvolta nel mistero, con alcune teorie che la indicano come una Divinità regionale, forse venerata in zone collinari e montuose. Le critiche riguardo alla mancanza di fonti certe nelle attestazioni di Beda il Venerabile, con la motivazione che non si conoscono le sue fonti, rischiano di diventare tendenziose. Del resto, studiosi del calibro di Max Manitius (filologo e storico Dresda 1858 — 1933), lo elogiarono come «il più grande erudito dell’Alto Medioevo». Michael Lapidge, nella sua prefazione del 2006 all’opera *Storia degli Inglesi*, enfatizza l’impegno di Beda nella ricerca, nell’insegnamento e nella scrittura, citando la toccante lettera che Cuthbert, suo allievo e discepolo, scrisse a testimonianza della sua eccellenza letteraria, negli anni immediatamente successivi alla morte del maestro nel 735 (pag. XLIV) «[…] Ciò che è sicuro, invece, è che dedicò la sua vita, come lui stesso ci dice nell’*Historia Ecclesiastica* (V XXIIII 2), a studiare, insegnare e scrivere; del suo livello come scrittore è testimonianza il vastissimo corpus delle opere pervenute fino a noi[...]».

Pertanto, Beda, noto anche per la raccolta delle tradizioni orali del suo tempo, merita fiducia nonostante le poche informazioni su Ostara.

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13. Addobbo fuori da un ristorante
10. Ostara nelle Tradizioni: Da Beda ai Fratelli Grimm e il Sincretismo Pasquale

Un millennio dopo il Venerabile Beda, i fratelli Wilhelm (Hanau 1786 — Berlino 1859) e Jakob Grimm (Hanau 1785 — Berlino 1863), raccolsero tradizioni orali nelle regioni che sarebbero poi diventate la Germania, scoprendo attestazioni che narravano di Ostara e delle sue celebrazioni, le quali cadevano dopo la luna piena successiva all’equinozio di primavera.

Con il Concilio di Nicea del 325, venne deciso che la Pasqua cristiana si festeggiasse indipendentemente da quella ebraica, la prima domenica dopo il plenilunio che seguiva all’equinozio. In particolare, Jakob, nella sua *Deutsche Mythologie* Vol. I, sostiene che l’idea della resurrezione fosse un elemento fondamentale della celebrazione della Dea Ostara e che Ostara o Eostre può quindi essere stata una Divinità dell’alba radiosa e della luce nascente, gioiosa quanto salvifica, la cui concettualità sarebbe stata impiegata per la festa della resurrezione del Dio cristiano.

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14. 15. 16. Pirhi, uova di Pasqua decorate a mano della Tradizione Slovena. Slovenski Etnografski Muzej — Museo Etnografico Sloveno, Ljubljana — Lubiana

11. Ostara: Tra Antiche Consacrazioni e Radici Protogermaniche

Una nuova ipotesi sull’origine della parola Ostern emerge dagli studi di Jürgen Udolph, filologo dell’Università di Lipsia. Essi mostrano una possibile correlazione del nome Ostara anche con il protogermanico Austr che significa non solo est, ma anche acqua, collegandosi al termine Ausa che significa versare acqua. Questa associazione richiama un concetto oggi noto come battesimo.

Del resto, Germani e Celti, interagendo a lungo, specialmente nelle aree del Reno, influenzarono vicendevolmente le proprie Culture. Tra gli Antichi Scandinavi, era diffusa una pratica chiamata appunto Ausa vatni, un rito di consacrazione dei neonati, che prevedeva il bagno del capo con acqua di fonti particolari e l’attribuzione di un nome, che ricorda per similitudine il battesimo cristiano.

Dal punto di vista linguistico sappiamo che il termine Austro ed il suo femminile Austra sono forme protogermaniche, presenti nella Cultura Norrena, nella forma del Nano Austri, entità maschile legata alla direzione dell’est.

Nel 1958, nella zona di Morken-Harff, nella Bassa Renania, non lontano da Colonia e Bonn, sono state scoperte ben centocinquanta pietre ed un altare votivo chiaramente dedicato a tre Matrones, Divinità nel numero di tre ed in età matura (in rari casi due donne più vecchie ed una più giovane) spesso rappresentate con attributi di fertilità, come cesti di frutta, pani e bambini. Questo altare, che riporta l’acronimo latino V.S.L.M., rappresenta il ringraziamento per un voto esaudito da queste Divinità, che seppur oggi possiamo confermare che siano di origine germanica e non celtica, sappiamo avere come epiteto Austriahenae — Le Madri delle Tribù dell’Est.

Queste scoperte supportano l’ipotesi di una correlazione fra la figura di Ostara/Eostre e le Matrone germaniche legate all’Est, il cui Culto si estendeva a popoli vicini ma etnolinguisticamente diversi.

Tra le località tedesche che riflettono la connessione con Ostara si annoverano, in Bassa Sassonia, Osterode am Harz, Osterholz, Osterbruch, Ostercappeln, Osterwald; Osterburg, Osterfeld, Osterwiek in Sassonia-Anhalt e Osterburcken nel Baden-Württemberg. In Baviera troviamo Osterofen, mentre l’Austria — Österreich, il cui nome evoca la Dea della Primavera, ospita località come Osterwitz in Stiria e Ostermiething in Alta Austria, legando ulteriormente il Culto di Ostara al territorio germanico.

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17. 18. Uovo che rivela la simbologia della gallina tra fiori rigogliosi e colorati, testimoniando la ricca tradizione ucraina. La foto seguente, con lepri e galline vivacemente decorate, evidenzia come tali simboli siano diffusi non solo nel centro-nord Europa, focus principale di questo articolo, ma si estendano anche ai Paesi dell'Est.
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12. Rituali di Primavera: Tradizioni di Fertilità e Rinascita

Nel cuore delle celebrazioni primaverili e pasquali, questa che rimane una Festa del Fuoco, si distingue per la ricchezza di tradizioni e rituali che la animano, particolarmente vivi in Sudtirolo, come anche in Austria e Germania.

12.1 Feldweihe, la consacrazione del campo

È un rituale celebrato ancora oggi dai contadini e avviene in concomitanza con l’equinozio di primavera. Si tratta di disperdere ai quattro angoli del campo menta piperita, rami di salice, erbe aromatiche e primule, dedicandole alla primavera. Al centro del campo si conficca e si accende una candela bianca invocando un tempo favorevole che porti raccolti ricchi e rigogliosi e che li protegga dalle tempeste. Anche la forma di questo rituale ricorda l’unione del Femminile e del Maschile, la candela, un chiaro simbolo fallico, che penetra il terreno ed è accesa a rappresentare il calore del fuoco, così come l’invocazione ai quattro angoli del campo richiama gli auspici di fertilità massima e di protezione di tutto ciò che potrà nascere dall’utero-Madre della profondità del suolo.

12.2 Scheibenschlagen o lancio dei dischi ardenti

È una tradizione radicata nella cultura alpina tirolese, che si estende anche in Baviera, in Svizzera ed in Friuli, sulle Alpi Carniche, dove è chiamata Tir des cidulis. Questa pratica si svolge generalmente la prima domenica di Quaresima, trovando particolare risonanza nella Vinschgau — Val Venosta, in località di Planol/Pianvenna a Mals — Malles.

Questa giornata, chiamata tradizionalmente Holepfannsonntag o Funkensonntag, si rivive e si tramanda una tradizione di origine celtica che consiste nel lanciare, da colline scelte precedentemente dalla comunità e denominate Scheibenbichl, dischi o piatti, gli Scheiben, appunto, giù dalla collina. Il rumore prodotto dai dischi incendiati e fatti oscillare prima del lancio serve a scacciare definitivamente l’inverno e a propiziare la fortuna del lanciatore e del territorio circostante, con la distanza del lancio a simboleggiare l’auspicio di prosperità.

Oggi la festa coinvolge prevalentemente i giovani, impegnati nel taglio dei giovani alberi, per creare Larmstangen o Kasfängga o Hex che assumono forme geometriche specifiche: il triangolo, il rombo o la croce che vengono issati con metodi che riportano a tempi antichi e rappresenteranno un falò ancestrale visibile da considerevoli distanze.

Con il calare del crepuscolo, il fuoco divampa sulla collina mentre i giovani impugnano verghe di nocciolo su cui vengono inseriti dischi di legno di betulla, spessi circa 2 cm, di forma circolare o quadrangolare, dal diametro variabile dai 6 ai 15 cm, con un foro al centro che permette di fissarli su bastoni lunghi 1-2 metri e che vengono lasciati su braci e trasformati in tizzoni ardenti.

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19. Scheibenschlagen o lancio dei dischi ardenti
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20. [...] Il rumore prodotto dai dischi incendiati e fatti oscillare prima del lancio serve a scacciare definitivamente l’inverno [...]
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21. [...] i giovani impugnano verghe di nocciolo su cui vengono inseriti dischi di legno di betulla, spessi circa 2 cm, di forma circolare o quadrangolare [...]

Così prima il tiratore creerà suggestive forme circolari, generate dall’oscillazione dei bastoni, che verranno poi battuti su un angolo per creare il lancio, accompagnato dall’urlo di una cantilena talvolta in rima, volta ad attirare fortuna e fertilità, o esprimere sentimenti di amicizia, così come di antipatia. Dalla vetta della collina, il falò testimonia questa pratica millenaria, collegata a culti della fertilità e considerata di buon auspicio per i futuri raccolti, che in questa zona erano particolarmente importanti, in quanto considerata il granaio di questa regione alpina. Quanto più a lungo arderà il falò, mentre i dischi vengono lanciati il più lontano possibile, più grande sarà l’augurio di un raccolto rigoglioso nella stagione a venire.

Oggi le cantilene sono rivolte al Signore, ma i falò che testimoniano questa ritualità talvolta possono assumere forme simboliche ed essere fatti con alberi ricoperti di paglia in forma di croce, o effigi di strega, o rappresentare immagini di vulva, simbolo di questa Madre di Fertilità.

“Die Scheib, die Scheib in meiner Hand, ich schlag sie weit ins Land dass Friede und gute Erntezeit der Herrgott hier ins verleiht”
Traduzione
“Lancio il disco con le mie mani, lo lancio lontano affinché il Signore ci accordi pace e un buon raccolto”
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22. 23. Forme create dallo Scheibenslagen
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“24. [...] I falò che testimoniano questa ritualità talvolta possono assumere forme simboliche ed essere fatti con alberi ricoperti di paglia in forma di croce, o effigi di strega, o rappresentare immagini di vulva, simbolo di questa Madre di Fertilità.

12.3 Holepfannsonntag nel Vorarlberg (Austria)

La stessa tradizione, denominata anche Küachlisonntag o Alte Fastnach, si ritrova anche nella regione alpina dell’Algovia presso Oberstdorf, sulle Alpi Bavaresi, nella Foresta Nera, in Svizzera, e nel Vorarlberg austriaco, oltre che in località tirolesi quali Landeck, Flirsch e Schnann. Qui è usanza allestire falò che portano in cima una figura denominata la Strega, tradizionalmente vestita di paglia. La più antica attestazione di questa usanza, confermata da fonti storiche, risale al 1090 quando un incendio arse il monastero benedettino di Lorsch in Assia, colpito proprio da un disco infuocato scagliato da alcuni ragazzi, la sera del 21 marzo.

Fonti successive, risalenti ai secoli XV, XVI e XVII, confermano la persistenza del rituale nelle aree di Basilea, Lucerna, Bregenz e Innsbruck. L’inserimento di una bambola di paglia in cima ad alcuni falò rappresenta un elemento recente introdotto a partire dal XIX secolo.

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25. Holepfannsonntag nel Vorarlberg (Austria)

12.4 Osterfeuer

Esistono anche altri tipi di falò, noti come Osterfeuer, ovvero i “fuochi di Pasqua” che, seguendo la tradizione di quelli precedentemente accesi, ardono il Sabato Santo o la Domenica di Pasqua. La prima attestazione di questi fuochi si ha intorno al 1550, principalmente tra Germania ed Austria. In cima alla catasta di legno in alcune zone viene collocato un manichino che rappresenta Giuda. Le ceneri, successivamente, verranno sparse sui campi, come rito per propiziare un abbondante raccolto.

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26. [...] Esistono anche altri tipi di falò, noti come *Osterfeuer*, ovvero i “fuochi di Pasqua” che, seguendo la tradizione di quelli precedentemente accesi, ardono il Sabato Santo o la Domenica di Pasqua.[...]

12.5 Palmbusch

Il Palmbusch è una tradizione che ha luogo la Domenica delle Palme. Prima di questa festa, vengono preparati dei mazzi di rami di gattici chiamati Palmkätzlein, che sono in realtà rami di Salix caprea — il salice delle capre. L’etimologia di questo nome ci ricollega a due parole celtiche: sal con il significato di vicino e lis con quello di acqua, in quanto la pianta cresce tendenzialmente nei pressi di corsi d’acqua.

A questi rami, oltre ai gattici, sono aggiunti bosso, ginepro, tasso, abete o tuia e fiocchi colorati. Il complesso viene poi fissato a lunghi bastoni e portato in chiesa dai bambini, per ricevere la benedizione. Queste composizioni cariche di significato sono viste come protettive della casa dal maltempo, in particolare dai temporali estivi. Una volta essiccate, queste composizioni vengono impiegate nelle fumigazioni tradizionali delle Raunächte, le cosiddette Notti Fumose, corrispondenti alle Dodici Notti Solstiziali d’Inverno.

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27. [...] *Palmkätzlein*, che sono in realtà rami di *Salix caprea* — il salice delle capre. L’etimologia di questo nome ci ricollega a due parole celtiche: *sal* con il significato di vicino e *lis* con quello di acqua, in quanto la pianta cresce tendenzialmente nei pressi di corsi d’acqua.[...]

Merita attenzione la scelta del salice, considerato una delle piante magiche, sia per le sue proprietà curative, utilizzate ancora oggi, sia per la sua capacità di proteggere dai malefici; tradizionalmente è inoltre la pianta usata per la costruzione delle scope delle streghe. È una delle prime piante a fiorire, da febbraio ad aprile, predilige il sole e terreni umidi e cresce in aree prettamente montane, fino ai 1600 metri sul livello del mare, mentre è completamente assente nelle zone costiere. Le sue infiorescenze sono dette amenti.

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28.29.30.31. [...] A questi rami, oltre ai gattici, sono aggiunti bosso, ginepro, tasso, abete o tuia e fiocchi colorati. In Austria si aggiungono anche piccoli *Bretzel* senza sale e senza lisciva, evitando così di sviluppare l'intensa tonalità marrone scuro caratteristica di questo pane. Il complesso viene poi fissato a lunghi bastoni e portato in chiesa dai bambini, per ricevere la benedizione. [...]

Significativo osservare come la corteccia, con il passare degli anni, mostri fessure longitudinali di forma romboidale, richiamando i falò pasquali precedentemente menzionati.

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32.33. Amenti di Salix caprea, gattici della tradizione primaverile
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34. Tronco di Salix caprea

Il salice contribuisce all’ecosistema in qualità di albero mellifero, fornendo nettare alle api per la produzione di miele. Il nome popolare con cui sono conosciuti i rami gattici o anche misici, deriva dagli amenti bianco-setosi e pelosi che ricordano le code dei gattini; il termine latino caprea, invece, indica quanto le capre ne vadano ghiotte.

12.6 L’Osterbaum: l’albero di Pasqua

Il Giovedì Santo, nelle famiglie di tradizione cattolica, soprattutto in quelle in cui vi è la presenza di bambini, vengono decorate le uova che saranno appese sull’Osterbaum — l’albero di Pasqua: una composizione di rami di gattici messi in vaso ed addobbati per l’occasione con uova.

Anche all’esterno delle abitazioni spesso viene decorato un albero appartenente alla casa. Uova sode colorate, spesso nei colori dell’arcobaleno, si trovano in vendita fin dalla fine di febbraio o all’inizio di marzo, in negozi e supermercati, insieme a leprotti e galline di cioccolata o ad altri dolci, tendenzialmente non troppo grandi.

Sebbene nei supermercati, specialmente delle città più grandi, sia possibile trovare uova con sorpresa di dimensioni più generose, queste non riflettono la tradizione più autentica della zona, caratterizzata da dolci dalle misure più contenute. Le uova sempre di cioccolata di piccola o media dimensione verranno cercate, dopo il pranzo di Pasqua, in giro per il giardino di casa dove, un leprotto birichino, l’Osterhase, le ha nascoste. Curioso notare come madrine e padrini usino regalare pandolci a forma di leprotto ai nipoti maschi e di gallina alle nipoti femmine.

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35. Osterbaum — albero di Pasqua, Innichen — San Candido (Pustertal — Val Pusteria, Bozen — Bolzano)
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36.[...] Curioso notare come madrine e padrini usino regalare pandolci a forma di leprotto ai nipoti maschi e di gallina alle nipoti femmine. [...]

12.7 L’Eierpecken

Un’altra curiosa tradizione è quella dell’Eierpecken, conosciuto anche come Osterpecken, Preisguffen o Goggele pecken, che si traduce nel gioco del combattimento con le uova. In questo gioco due bambini si sfidano a colpi di uovo, usando le punte prima e poi la parte piatta. Vince chi rimane con l’uovo intatto più a lungo.

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Conclusioni

L’articolo intende esplorare la simbologia e le tradizioni legate ad Ostara, radicate nell’antichità precristiana, che ancora oggi risuonano nelle celebrazioni pasquali specialmente di area germanofona. Ostara, con i suoi emblemi della lepre e dell’uovo, incarna il risveglio della natura e la rinascita della primavera, riflettendo i cicli di Vita, Morte e Rigenerazione che regolano l’esistenza.

Il testo mira a mettere in luce la distinzione tra le radici di Ostara celebrata nei mesi di marzo ed aprile e la Pasqua cristiana, una festività mobile che cade nello stesso periodo, ma che origina da presupposti cultuali distinti, evidenziando come il Cristianesimo abbia integrato, attraverso un processo di appropriazione e rielaborazione culturale già visibile nelle celebrazioni natalizie, elementi di tradizioni arcaiche. La trasformazione della lepre in coniglio e l’adozione dell’uovo pasquale rappresentano un ricalco dei temi di fertilità e rinascita, riconfigurati nel contesto della resurrezione e redenzione cristiana.

Attraverso questa analisi si invita ad una riflessione di più ampio respiro su come simboli e riti millenari siano stati reinterpretati ed adattati. Riconoscere queste intersezioni e trasposizioni non solo serve a rendere giustizia al patrimonio storico, ma anche ad arricchire la comprensione della nostra eredità collettiva, intrisa di valenze profonde e simbolismi ancora presenti nelle festività moderne.

Tutte queste usanze, che si perdono nella notte dei tempi, ci mostrano come, attraverso i suoi simboli e rituali, ancora vividi di significato, Ostara sia ancora ben presente nelle ritualità primaverili. Ostara, colei che sorge con i raggi più caldi del Sole della primavera, dopo il freddo ed il buio dell’inverno. Ostara, la Dea che risorge a sé stessa.


1 L’asterisco prima di una parola nell’analisi etimologica indica che questa forma è una ricostruzione della radice del termine, non un termine effettivamente attestato in fonti scritte. Gli studiosi utilizzano l’asterisco per segnalare una radice ipotetica o una forma ancestrale di una parola che è stata ricostruita sulla base di comparazioni linguistiche e non è direttamente testimoniata.

2 Il termine latino cānus si traduce con “grigio” o “bianco” e viene utilizzato per descrivere il colore dei capelli o della pelliccia che si schiarisce, spesso associato all’invecchiamento.







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Bibliografia

  • Beda, Storia degli Inglesi Vol.I. (introduzione) a cura di Michael Lapidge, Mondadori Editore 2008

  • Conte Cavagna Sangiuliani di Gualdana Antonio, Nuovo dizionario geografico universale statistico storico commerciale tomo IV parte I, Giuseppe Antonelli Editore 1845

  • Cortellazzo Manlio e Zolli Paolo, DELI – Dizionario Etimologico della Lingua Italiana Seconda Edizione a cura di Cortellazzo Manlio e Cortellazzo Michele A. Zanichelli 2022

  • Fattore Roberto, Feste pagane, Macro Edizioni 2004

  • Grimm Jacob, Teutonic Mythology Vol. I (Cap XIII), Jacob Bell and Sons 1882

  • Heinz Sabine, I simboli dei Celti, Edizioni il Punto d’Incontro 2008

  • Kluge Friedrich, Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache Bearbeitet von Elmar Seebold, 23. Erweiterte Auflage, Walter de Gruyter 1995

  • Lecoutex Claude, Dizionario della mitologia germanica, Argo 2007

  • Monaghan Patricia, Figure di donna nei miti e nella leggenda, Edizioni Red 2004

  • Rangoni Laura, Gli animali magici, Xenia Edizioni 2005

Articoli e monografie on line

Filmografia — Documentari

  • Schönegger Hubert: Un presente da mille anni, le tradizioni nelle Alpi

Sitografia

Sitografia storica (risorse non più attive)

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