Dalla logica del dimostrare a quella del mostrare
Mercoledì 31 maggio 2017
Tempi, molto spesso, di finti scambi: tempi di socialità asociali, poco costruttive. Tempi che viviamo compressi fra l’esternare un punto di vista e l’incapacità di essere compresi — o forse, ancor prima, di farci comprendere — soprattutto quando il nostro interlocutore è “virtuale”. Perché la rete, se da un lato è un grande mezzo di confronto, dall’altro diventa facilmente limitante, e lo scambio rischia di trasformarsi in scontro, talvolta per come ci poniamo e poi per come reagiamo a chi la pensa diversamente da noi.
Questa è la cultura del dimostrare, dove “io ho ragione e tu hai torto” : è la cultura della faziosità, dove per forza il giusto si contrappone allo sbagliato, per cui alla fine le argomentazioni languono e i punti da cui potrebbero scaturire riflessioni e visioni nuove si dissolvono. Così i toni diventano sufficienza e scherno, pena per l’altrui pensiero che fa sorgere tante domande su dove si sia perso il senso del confronto, della capacità che sta alla base di una società capace di rapportarsi.
Assistiamo poi alle forme di “buonismo”, dove coloro che hanno raggiunto la propria verità su un argomento invitano alla “pseudo-compassione” verso coloro che invece pensano diversamente, memori del fatto che anche loro un tempo agirono “erroneamente”. Si manifestano così comportamenti come quello dell’essere prevenuti, del pensarsi più furbi, più titolati, più esperti di qualcun altro — dove magari è anche vero — dimenticando, però, che anche l’idea meno esperta — laddove espressa con interesse ed educazione — merita ascolto e rispetto, e non di essere ghettizzata e sminuita.
Che poi il virtuale è solo uno specchio del reale, e quindi difficilmente un atteggiamento avuto sui social non avrà corrispondenza negli atteggiamenti di tutti i giorni e viceversa. Un modo di vedere le cose può anche non essere condiviso, questo è più che lecito, del resto tutto è opinabile, ma l’acredine che alimenta certi comportamenti è incomprensibile: parla di prevaricazione e della necessità di primeggiare sull’altro. Da sempre nella storia il dubbio ha aperto strade, ha manifestato nuove letture: il dubbio di oggi è la realizzazione di domani.
Quando attuiamo la cultura del dimostrare accade esattamente questo, e perdiamo tutti, indistintamente, perdiamo la capacità del dialogo, del confronto, dell’arricchimento o anche semplicemente del riconoscere, senza quel senso di superiorità che tanti pervade, che nega a un’altra persona il diritto a pensarla diversamente.
Sono tempi di roghi verbali, di gogne mediatiche, fuochi più subdoli di quelli che per secoli hanno colpito chi non si adeguava ai modelli religiosi o ideologici dominanti e di cui abbiamo esempi lunghi secoli. Il meccanismo è lo stesso, ha solo cambiato abito.
E allora, ancora una volta, rifletto su quanto poco la storia abbia insegnato a tutti noi e su dove la cultura del mostrare un’idea sia divenuta altro. Per questo ritengo vi sia diversità fra dimostrare e mostrare: sebbene il nostro dizionario ne evidenzi la sinonimia, indicando l’origine di dimostrare dal latino de-monstrare, dove il prefisso “de” ha valore rafforzativo, nella pratica la differenza si evince in modo sottile quanto intenso.
Mostrare è rendere partecipe, tendere una mano, aprire uno spazio di libertà e scambio. Dimostrare, invece, porta spesso con sé quel “troppo” che diviene, sovente, spocchia, tracotanza, tiri alla fune ideologici, imposizioni, lontani da conoscenza, ricerca autentica, confronto teso alla crescita.
Nell’onestà della riflessione, quando non riconosciamo l’altro, crediamo davvero di riconoscere noi stessi? La Vita esiste in termini di reciprocità: l’estate potrebbe esistere senza l’inverno? E così l’est avrebbe senso senza l’ovest? E come posso pensare di esistere se non tengo conto anche di chi la pensa diversamente da me, che non vedo come antitetico ma solo come diverso, di quella stessa diversità di cui sono fatti l’estate e l’inverno?
Dobbiamo cambiare paradigma soprattutto interiormente, perché solo se coltiviamo l’ascolto e lo scambio possiamo dirci disposti a ricevere quel nuovo che nasce solo dal dubbio e dal mettersi in discussione, e passare, solo in questo modo, dalla logica del voler dimostrare — spesso con la forza o con atteggiamenti violenti già a livello verbale — alla logica del mostrare senza forzature e senza pressioni, uscendo da quella inestricabile dualità vero-falso e soprattutto ritrovando quell’imprescindibile valore chiamato buon senso.
Immagine
- Immagine tratta da Internet : Grünwaldalm — Malga Foresta, Waldtal — Val di Foresta (Bolzano). Foto Roberto Meazza