Le due Madri, storia di una Premonizione
Domenica 21 gennaio 2018

Era già caduta la prima neve di agosto, come succedeva alla fine di ogni estate, e con la neve era arrivata anche la nebbia. Miola stava scendendo verso la località di Pian, in Alta Val di Fassa, all’imbocco della Val Duron. Dal villaggio posto su una collina si vedevano i pendii boschivi del Monte Rodella, ma in mezzo a quella nebbia che velava il paesaggio e le direzioni, e che si era diradata per un solo istante, la giovane ragazza capì presto di essersi smarrita e di essere finita sulle Crepe de Pedonel, dirupo scosceso e pericoloso.
Cercò aiuto gridando con tutte le sue forze, rivolta verso la valle, ma non udì nessuna risposta, mentre la nebbia si infittiva sempre più. Quando ormai, pervasa dalla paura, stava abbandonando ogni speranza di essere soccorsa, sentì una mano prendere la sua. Una Vivena¹ era arrivata in suo aiuto. La condusse alla sua grotta, un luogo accogliente dove Miola si sentì subito a casa. Parlando amichevolmente, a un certo punto, la Vivena le chiese se avesse un fidanzato. La ragazza si incupì in viso e raccontò di essere innamorata di un uomo che però la sua famiglia non vedeva di buon occhio, poiché vedovo e già padre di una fanciulla, alla quale lei teneva molto e di cui si sarebbe presa cura molto volentieri.
Ma i genitori di Miola temevano che la figura di una matrigna nei confronti di una figliastra avrebbe presto minato i rapporti con l’uomo che lei amava. La chiacchierata si concluse e la Vivena e Miola andarono a dormire. La fanciulla, quella notte, fece uno strano sogno. Era in un luogo dove il paesaggio innevato era illuminato dalla luna; dal folto del bosco di abeti, una donna con un fazzoletto bianco legato intorno al collo le stava andando incontro. Miola aveva paura; la donna le chiese se sarebbe stata in grado di mantenere una promessa. Miola rispose affermativamente, senza alcuna esitazione.
La donna aggiunse che, se negli anni avesse avuto dei dubbi, una mano di morto le avrebbe indicato come agire. Mentre le diceva questa frase le tese la mano, che al contatto Miola sentì gelida. Il mattino dopo, sveglie di buon’ora, la Vivena e Miola si incamminarono sulla strada del ritorno della ragazza. Mentre la Vivena la accompagnava sino al punto in cui avrebbe dovuto proseguire da sola, Miola le raccontò il sogno, cosa si erano dette lei e la dama del bosco imbiancato e soprattutto parlò di quella mano gelida che non avrebbe certo dimenticato.
La Vivena le spiegò subito che la donna del bosco non era altro che la moglie defunta dell’uomo che intendeva sposare, e che il segno distintivo era dato dal fazzoletto di seta bianca, al quale era molto affezionata, tanto che il marito glielo aveva legato al collo prima che la bara fosse chiusa. Miola iniziò ad agitarsi, comprendendo che la Vivena aveva intuito molto di più di quanto quel sogno sembrasse mostrare, e le chiese tutto d’un fiato cosa intendesse allora per promessa.
La Vivena rispose: «Tu sposerai l’uomo che ami, da lui avrai un figlio che talvolta non andrà d’accordo con la sorellastra, ma tu, se non vuoi avere problemi, dovrai sempre dare ragione alla ragazza; credi di poter mantenere questa promessa?» E le chiese di giurare.
Miola giurò, con tutto l’amore che aveva nel cuore, che avrebbe amato quella ragazza come, e anche più, del figlio nato dal suo grembo, ignara di ciò che avrebbe vissuto a causa di quella scelta.
Passarono sette anni. Miola aveva sposato l’uomo di cui era innamorata e dalla loro unione era nato Tita, un bambino che Mèina, la sorellastra oramai tredicenne, amava, pur litigando talvolta con lui, come accade normalmente tra fratelli. Ma Miola non sgridava mai Mèina e, quando nasceva tensione fra i due giovani, cercava di portare pace fra di loro, però giustificando sempre l’agire della ragazza, fino al punto che il marito la riprese aspramente, dicendole che non sapeva essere una buona madre e che, agendo così, Mèina stava crescendo viziata ed egoista.
Miola ricordava bene l’impegno che aveva preso con la Vivena e quindi scusava sempre ogni azione della figliastra, anche il giorno in cui le lasciò Tita in custodia, mentre il bambino doveva girare la polenta nel paiolo affinché cuocesse. Ma la ragazza si era attardata sulla porta di casa a parlare con una sua amica ed all’improvviso un urlo la riportò a Tita. Il bambino si era bruciato con della polenta fuoriuscita dal paiolo ed aveva iniziato a piangere; Mèina lo soccorse bagnandogli la manina scottata con acqua per lenire il bruciore.
Il padre però, che aveva notato la figlia sull’uscio a chiacchierare, s’irò talmente tanto con lei che Miola ancora una volta intervenne a protezione della figliastra. Il marito di Miola trovava diseducativo assecondare sempre la ragazza e non capiva proprio perché Miola trovasse sempre il modo di scagionarla anche di fronte all’evidenza.
Erano le ultime giornate d’inverno; una notte Miola si svegliò tre volte in preda ad un sogno nel quale si presagiva un pericolo in arrivo. La Vivena era comparsa rammentandole di tenere fede al suo impegno se non avesse voluto perdere Tita. Il marito, che non riusciva neppure a dormire a causa di una storta presa il giorno precedente tagliando legna e che gli procurava un gran dolore, la sentì rigirarsi nervosamente nel letto; Miola decise di parlargli delle sue ansie, ma lui non diede troppo peso alla sua confessione.
Sorse un nuovo mattino, ed il sole alto in cielo portava una buona giornata, fredda anche se solatia; il marito di Miola però non riusciva ad alzarsi; la caviglia, troppo dolente, non gli permetteva proprio di mettersi in piedi. Eppure aveva bisogno che il carico di legna tagliata il giorno precedente fosse portato a casa dal bosco, così invitò la moglie a mandare Mèina a prenderlo in Val Duron. Miola affidò alla figliastra il compito di recuperare la legna e poi uscì per andare al torrente. Quando tornò a casa, non trovò Tita ad attenderla e subito capì che era andato con Mèina. La preoccupazione si impossessò presto della donna e non fece altro che crescere quando i due fratelli, a mezzogiorno, non furono di ritorno.
D’accordo con il marito, chiesero a due giovani del paese di andare a recuperare i figli. Nel pomeriggio le condizioni meteorologiche peggiorarono e Miola si rivolse ad un vecchio taglialegna che le disse che faceva troppo caldo, che in mattinata si erano staccate valanghe in Val Duron e che sarebbe nuovamente nevicato presto; si era visto in giro, del resto, il fantasma di Ce-de-lù — Capo di Lupo/l’Uomo Lupo² .
L’agitazione di Miola aumentò nel momento in cui i due giovani che erano andati a cercare i bambini rientrarono e raccontarono che, a causa delle valanghe che ostruivano le strade, non erano riusciti nemmeno ad arrivare all’imbocco della valle. Miola non attese un attimo di più; evidentemente turbata, disse al marito che sarebbe andata lei, prese uno scialle ed il bastone e si incamminò. L’uomo, che non poteva accompagnarla, chiese allora almeno che alcuni uomini del paese la scortassero. E così, di fretta e furia, sette compaesani si misero alle spalle della donna, in direzione della Val Duron.
Arrivarono in zona che era notte, fortuna che la luce della luna si rifletteva sulla neve ed illuminava il paesaggio. Alla prima valanga gli uomini si fermarono, mentre Miola, mossa dall’intento di ritrovare i figli, riuscì ad aprirsi un varco e con lei solo cinque compagni di ricerca proseguirono. Alla seconda valanga lei riemerse, raccolse le forze e andò avanti. Dei cinque uomini che ancora la seguivano, soltanto il fratello rimase con lei, ma alla terza valanga anche lui restò indietro; Miola, caparbiamente, si tirò fuori da neve e sassi, voltò la testa all’indietro, ma era decisa a continuare. Il fratello, ormai privo di forze, la vide allontanarsi nel bagliore lunare. Poco dopo caddero altre valanghe e Miola scomparve.
A rendere ancora più tetra la scena, in lontananza, su un pendio, vi era l’immagine di Ce-dé-Lu, che controllava il cammino della donna comparendo, di tanto in tanto, molto più in alto e lontano.
Intanto gli uomini del villaggio che avevano provato ad accompagnare Miola si erano ricongiunti, pronti a tornare alle loro abitazioni, con la tristezza che colmava i loro cuori, perché per loro Miola era morta sotto un distacco di neve e pietre, uno di quelli che avevano potuto soltanto udire per ultimi. Erano uomini esperti e coraggiosi, ma avevano anche capito quanto sarebbe stato grave voler proseguire a tutti i costi, rischiando di perdere, oltre alla vita di Miola, anche la propria. Non sapevano però che, nell’istante in cui la grande valanga si era staccata dal pendio innevato, Miola era già in salvo e continuava, seppur sola, la sua ricerca nella valle, che divenendo più ampia permetteva maggiore sicurezza.
E fu camminando lungo il torrente che Miola scorse un fuoco intorno al quale vi erano sedute quattro donne, erano le Cristanne³. Si affrettò a spiegare loro che i suoi figli si erano addentrati nella valle per non fare più ritorno, con l’ansia di una madre che tenta di avvisare più gente possibile per raccogliere informazioni utili. Ma le Cristanne erano già al corrente della situazione e le risposero che era stato l’Om del la Jàcia — Uomo del Ghiaccio a rapire i suoi figli per portarli in cima alla montagna e trasformarli, con un incantesimo, in pernici bianche, lasciandoli poi liberi. Miola ascoltò con il cuore in gola, immaginando i suoi bambini, già volati via, perduti per sempre.
Le Cristanne percepirono il suo dolore e cercarono allora di rincuorarla: «L’Uomo del Ghiaccio in generale non rapisce più di un figlio per madre; strano che a te li abbia portati via entrambi! Sicuramente, se sali e gliene chiedi uno indietro, ti accontenterà».
Miola annuì con la testa, avrebbe avuto solo bisogno di poche indicazioni e avrebbe raggiunto il luogo in cui, se era fortunata, avrebbe ancora trovato i suoi figli non ancora trasformati in pernici. Una delle Cristanne le indicò: «Il monte Aut ha cinque punte. Fra le due punte più orientali c’è una gola ed è lì che abita l’Uomo del Ghiaccio».
Miola ringraziò con tutta la riconoscenza possibile quelle donne e riprese a salire. La via era impervia ma nulla avrebbe potuto ostacolarla nell’arrivare in cima, ed infatti, vicina alla mezzanotte, giunse alla meta. Nel buio, rischiarato solo da qualche stella, l’Uomo del Ghiaccio, lo sguardo perso nell’oscurità, appena udite le richieste di Miola si chiuse ancora di più nel suo mantello e scosse la testa in segno di diniego. Ma quando Miola provò a spiegare che i bambini rapiti erano due, trasalì e la sua chiusura si mutò in ascolto. Si alzò dalla pietra su cui era seduto ed andò a prendere uno dei due figli, senza chiedere a Miola chi desiderasse riavere indietro, perché per una madre un figlio avrebbe dovuto valere l’altro, osservandone però attentamente le reazioni. Improvvisamente Miola iniziò a tremare al pensiero che l’Uomo del Ghiaccio le riportasse Mèina, e lui si accorse di quell’agitazione pensando che la donna lo stesse ingannando.
Quando avrebbe avuto davanti a sé i bambini, l’Uomo del Ghiaccio sapeva che avrebbe usato un metodo infallibile per sapere chi fosse davvero il figlio della donna, guardandone la testa. Entrò nell’ingresso della caverna suo rifugio, ma i bambini non c’erano, quella sera erano andati sul monte Dociuril volando sopra la Val Dona. Ritornò fuori e per mettere alla prova Miola le disse: «I tuoi figli sono stati trasformati entrambi in pernici e sono volati via, ora li chiamo». Così fece, emise un lungo fischio e da lì a breve uno stormo di uccelli bianchi arrivò e si posò ai suoi piedi trasformandosi in bambini.
Sicuro che Miola nella scelta avrebbe rivelato chi fosse il suo vero figlio, le offrì di portarsi a casa chi credeva. Lei, con la morte nel cuore, ricordò ancora una volta il suo impegno e scelse Méina, in quell’esatto istante Tita si ritrasformò in pernice bianca e volò via. La scena lasciò perplesso l’Uomo del Ghiaccio che pensò di aver sbagliato per la prima volta, in quanto aveva creduto che solo uno fosse figlio della donna, e quello era Tita.
Intanto Miola, recuperata Méina, si affrettò a riprendere la strada del ritorno; non c’era tempo da perdere, l’Uomo del Ghiaccio avrebbe potuto cambiare idea ed inoltre, sin dai lontani ma visibili monti del Lagorai, si vedevano nubi minacciose che avrebbero portato altra neve. Entrambe scesero con passo spedito, senza troppe parole, quando in un bosco di pini cembri sotto il monte Aut intravidero una presenza evanescente, abbigliata di leggero vestito che sinuoso si muoveva al vento, al collo un fazzoletto bianco. La donna le invitò ad avvicinarsi; il suo sguardo era senza direzione. Poi iniziò a parlare: «Ti affidai mia figlia perché doveva vivere solo tredici anni e non volevo li passasse senza una madre, tu sei stata la migliore madre che io abbia potuto scegliere per lei, hai mantenuto la promessa data senza mai venire meno, educandola ed amandola come avrei fatto io e di questo ti ringrazio».
Miola capì subito; venne riportata al ricordo del suo sogno nella grotta della Vivena di tanti anni prima. Lo Spirito continuò: «Scendendo incontrerai Ce-de-lù, i tredici anni sono passati e lui ti attenderà per sbarrarti la strada, ma non temere, io ti accompagnerò e ti sarò accanto. Cerca di arrivare a Fossaz prima dell’arrivo della tormenta».
Mèina nel frattempo non aveva mai smesso di rimanere aggrappata alla sua seconda madre, mossa da un tremore irrefrenabile, dalla paura di quella visione, sebbene non avesse compreso il senso di ciò che era stato detto. La visione scomparve e le due donne ripresero il cammino su un terreno impervio, reso ancora più pericoloso da crepacci e dal rischio di valanghe. Ad un certo punto videro in lontananza la figura di un uomo, vestito di abiti simili a stracci, un cappello tondo in testa con tanto di piuma, ma calato così basso che non si distingueva dove terminasse il capo ed iniziasse il collo.
L’uomo improvvisamente sparì. Il loro tragitto diventò pericoloso a causa di massi che cadevano dall’alto rendendo il tracciato più difficile da percorrere. Alzarono gli occhi per vedere da dove cadessero le pietre e rividero l’uomo, era lui che gettava giù i massi, finalmente potevano scorgerne il volto, che non era umano, ma quello di un lupo, era proprio Ce-de-lù, l’Uomo Lupo, l’Inesorabile, come era anche definito.
Miola iniziò ad urlare di lasciarle passare, ma più lei urlava più lui le ripeteva che non le avrebbe fatte proseguire, egli sapeva che Mèina non era la figlia di Miola e nonostante le rassicurazioni della ragazza alle sue domande, d’improvviso la trasformò nuovamente in una pernice bianca e Miola la vide scomparire nel cielo. Era impietrita, ma in quell’istante ricordò le parole della donna evanescente incontrata poco prima, mentre rammentava, udì il battito di ali, vide una pernice bianca e poi all’improvviso scorse suo figlio Tita poco lontano.
La madre lo strinse al cuore e lui con fare concitato iniziò a raccontare cosa gli era successo. «Oh mamma se solo sapessi! Ieri sera sono andato a dormire sul monte Dociuril con tutte le pernici e c’era anche Mèina, ma all’improvviso tu ci chiamavi, prendevi per mano Mèina andandotene e lasciando tornare me al riparo con gli altri uccelli. E mentre facevo questo sogno mi sento scuotere e vedo Mèina davanti, che mi mette fretta affinché io ti raggiunga e tu possa oltrepassare il fosso, oltre il quale non potresti spingerti senza di me. Poi è arrivata una donna vestita di bianco con un fazzoletto al collo ed ha chiesto quanti uccelli fossimo, le abbiamo detto di essere quarantanove, ci ha quindi contati per essere sicura di quel numero e poi ci ha detto che l’Uomo del Ghiaccio aveva deciso di fare ritornare in forma umana uno di noi, mi indicò e mi mostrò la strada che dovevo seguire per raggiungerti».
Miola si sentiva sicura, sapeva che sarebbe tornata a casa con Tita, lo avevano confermato Mèina, la Donna di bianco vestita e l’Uomo del Ghiaccio che aveva permesso a Tita di ricongiungersi con lei. Guardò in direzione di Ce-de-lù e gli intimò di lasciarla passare con il figlio, l’Inesorabile capì che non poteva più niente, serrò i lunghi denti ma arretrò scomparendo fra le rocce. Miola oltrepassò il fosso ghiacciato con Tita, il loro passo era diretto verso casa, imboccando il sentiero di ritorno che li riavrebbe portati verso la loro abitazione, tirò un sospiro di sollievo, le nubi alle spalle continuavano a far avvicinare una nuova tormenta di neve ma di fronte a lei sorgeva l’alba.
¹ Vivena, sinonimo anche di Anguana, donna che abita i boschi e le grotte, e ha il dono della premonizione.
² Cè-de-Lu (ladino) Capo di Lupo/Uomo Lupo Fatùrec (fantasma) che nelle notti d’inverno si aggira per le alte vette. La sua visione viene considerata foriera di neve. Viene detto anche l’Inesorabile in quanto nessuno può combatterlo.
³ Le Cristanne sono donne selvatiche del monte Gardenaccia che conoscono il futuro. La leggenda de Le Due Madri venne ascoltata da K. F. Wolff la prima volta nel 1905 in Alta Val di Fassa, da un’anziana del luogo, fonte attendibile, a detta dello scrittore, della storia e dei numerosi particolari che la caratterizzano. La storia venne pubblicata però solo la prima volta nel 1930, in una rivista locale: Bozner Hauskalender.
Note
L’adattamento su cui si basa la mia narrazione è riferito alla versione originale di Wolff, di cui ho letto due traduzioni dello stesso autore (1967 e 2013), sebbene io l’abbia comparata con quella di Brunamaria Dal Lago e quella di Nicola De Falco, i quali ne tracciano entrambi un racconto più breve e per certe parti rivisitato.
La mia scelta di farne anche un racconto lungo e particolareggiato deriva dal fatto che nella versione originale la narrazione è fitta di elementi che ritornano ed offrono in maniera marcata riferimenti di numerologia e simbologia che ho ritenuto utili ripercorrere, in quanto rappresentano un racconto simbolico nel racconto.
Andando oltre il velo delle parole intessute a creare la trama della narrazione, si osserva l’immagine che ne deriva e che amplia un processo informativo che è via di accesso a saperi ulteriori, che sicuramente possono essere approfonditi molto di più degli accenni di cui mi appresto a scrivere, ma che intendono essere spunto di riflessione e di esplorazione ulteriore.
Veggenza e Premonizione
Veggenza e premonizione rappresentano uno degli elementi principali della storia e si manifestano in più forme: sogno, comunicazione e visualizzazione. Attraverso il sogno Miola verrà a conoscenza del proprio avvenire nella grotta della Vivena, che è anch’essa in grado di prevedere il futuro e di confermarle ciò che accadrà nella sua vita. In questo caso non si tratta soltanto di premonizione, ma anche di vero e proprio atto di veggenza, poiché la sorte viene annunciata e riconosciuta prima ancora che si compia.
Legate a questa dimensione profetica sono anche le Cristanne, le Donne Selvagge che Miola incontra lungo la sua salita al monte Aut. Esse conoscono già l’avvenire dei figli rapiti e sanno chi li trattenga, offrendosi di darle indicazioni e consigli.
La madre defunta di Mèina compare invece a Miola due volte, a distanza di anni; la prima in sogno, la seconda manifestandosi anche alla figlia. In entrambe le occasioni la donna dal fazzoletto bianco intorno al collo appare in boschi di abeti, rafforzando ulteriormente il legame tra il Mondo dei Vivi e quello dei Morti, tra visione, conoscenza e manifestazione del Destino.
Da Matrigna a Madre
La grotta della Vivena è il primo luogo fondamentale della storia, è lì che avviene la premonizione e dove inizia la trasformazione che porterà Miola alla consapevolezza di essere destinata a diventare madre della figlia dell’uomo che sposerà, e non matrigna come la società in cui vive vorrebbe definirla. Del resto il termine matrigna, seppur origini dalla stessa radice di madre, evoca nell’immaginario una figura femminile che, non essendo biologicamente madre, si rivelerà con molta probabilità non amorevole, se non addirittura ostile, verso i figli di primo letto di un marito.
In questa visione si pongono in competizione le due anime femminili della famiglia, anche e a maggior ragione perché non dello stesso sangue. Miola invece appare distante dalla cultura in cui è cresciuta e manifesta caratteristiche proprie delle donne nate e vissute in contesti matriarcali, nelle quali all’educazione di una bambina o un bambino partecipa la comunità tutta. Questo emerge chiaramente quando riferisce alla Vivena di volere già molto bene alla figlia del vedovo che ama e di non comprendere la preoccupazione e l’opposizione della sua famiglia. Miola sarà madre due volte ma solo una biologicamente.La storia incentrata su una madre ed una matrigna, un figlio ed una figliastra, mostra come questi termini possano trasformarsi in definizioni peggiorative sia del ruolo di madre sia quello di figlia.
Le qualità di Miola emergono con chiarezza nella versione della Professoressa Dal Lago Veneri, che apre il proprio racconto con una frase tratta dall’opera di Johann Jakob Bachofen, giurista, storico ed antropologo svizzero, autore nel 1861 di Das Mutterrecht — Il Diritto delle Madri, noto anche come Il Matriarcato. In quest’opera Bachofen evidenzia come le culture matriarcali fossero culture di pace e come persino la guerra venisse ricondotta ad un paradigma incentrato sugli equilibri tra persone e natura. Ed è proprio Miola, connaturata a questa forma mentis, che nella versione in analisi afferma: «Io sono della razza delle Madri, quelle che hanno mutato le spade in aratri; io farò pace» quasi a dichiarare di voler scardinare i meccanismi che riconoscono soltanto alla madre biologica la possibilità di essere amorevole verso una figlia non nata dal suo grembo. Se è vero che Miola attua questo in nome di un giuramento, è altrettanto vero che dichiarando sin da subito di volere molto bene alla bambina, manifesta affetto sincero da prima dell’impegno preso.
La Grotta
Elemento che compare due volte nel racconto, la grotta è il luogo in cui Miola viene avvertita del fatto che sarà madre due volte, della figlia di colui che diverrà suo marito e del figlio che nascerà dal suo grembo; ma è anche il luogo dove l’Om de la Jàcia — l’Uomo del Ghiaccio va a cercare le pernici, ovvero i bambini morti e trasformati in questi candidi animali. La grotta, simbolo della Madre Primigenia, si manifesta così come luogo di collegamento tra i Mondi della Vita e della Morte.
Tita
La scena in cui, rimescolando la polenta nel paiolo-calderone, il contenuto si rovescia e Tita si brucia mi ha richiamato alla mente la mitologia gallese con la figura di Gwion, quando nel racconto di Ceridwen si scotta con la pozione del calderone.
Numerologia
Se i numeri compaiono spesso nelle narrazioni, siano esse leggende o fiabe, in questo racconto si manifesta una particolare ricchezza di cifre e di richiami ad una lettura unitaria rispetto al contesto narrato e alla sua origine. La descrizione che ne deriva non vuole essere esaustiva di tutti gli aspetti che i numeri rappresentano, ma una considerazione personale sul modo in cui certe cifre ritornano e si collocano all’interno di una struttura di tipo “circolare”.
Tita, figlio di Miola, ha 7 anni e Mèina 13. Il 7 è il numero della totalità dello spazio e del tempo e del movimento ad essi correlato. Origina dalla somma di 3+4 e quindi dal triplice aspetto e manifestazione della Divinità e dal quattro dei corrispondenti elementi della manifestazione terrena della Vita. È il numero che unisce il fisico e lo spirituale, divenendo il numero magico per eccellenza.
Mèina sarà la ragazza che a 13 anni muore, perché questo era nel suo destino, ma il 13 al pari del 40 rappresenta la morte fisica e soprattutto simbolica, ma anche la Vergine Maria. La Madonna e quindi ancora una volta il Sacro Femminile viene richiamato anche dal 49, numero delle pernici presenti sul monte Aut. Tornando al 3, sono tre le volte che Miola si sveglia nella notte perché presagisce qualcosa di grave.
Il 2 delle due madri, dei due figli, dei due fratelli inviati a cercare Mèina e Tita quando non fanno ritorno a casa, indica invece quella polarità che nella cultura precristiana non veniva considerata separatrice ma complementare. Nel racconto questo emerge chiaramente: le due madri sceglieranno il proprio ruolo secondo il piano in cui esistono. La donna morta fungerà da monito per Miola ogni volta che l’impegno preso rischierà di venir meno; la madre viva accetterà invece di ampliare e vivere la propria maternità oltre la comune accezione del suo tempo. I due bambini, pur litigando e pur mostrando momenti di tensione, salgono insieme a recuperare il carico di legna del padre, affrontando un’esperienza che andrà oltre il semplice compito iniziale. Sono opposti che non diventano antagonisti ma alleati.
Quando Miola sale sulla montagna alla ricerca dei figli viene accompagnata da 7 uomini, che diventeranno poi 5 e infine 1 a seguito delle 3 valanghe. Rimasta sola, proseguirà senza nessuno la sua ricerca. 7+5+1 ha come risultato ancora il 13. La morte fisica di Mèina sarà accompagnata anche dalla morte simbolica di Miola, che accanto ai figli vive una vera e propria iniziazione. Le valanghe la isolano e insieme la proteggono in un percorso che poteva appartenere soltanto a lei e ai ragazzi; unicamente così potrà esplorare la “profondità” di quel cammino.
Cinque sono infine le punte del monte Aut dove abitano i figli trasformati in bianche pernici: il 5, numero che collega il basso con l’alto, riconduce ancora una volta al pentacolo, simbolo della Dea Madre.
Il Bosco di Abeti
La madre di Mèina, sia quando appare in sogno sia quando viene visualizzata, emerge sempre da un bosco di abeti. L’abete sempreverde simboleggia, tra le altre cose, ciò che non muore e richiama quindi una morte fisica reale ma soltanto apparente per lo Spazio-Tempo, ricollegandosi così al significato del numero 13 degli anni della ragazza.
Aspetti della Madre Primigenia
In questo racconto viene narrata la Madre Primigenia nella sua emanazione di Regina del Gelo, foriera di neve e ghiaccio, quindi nella veste seppur innominata di Samblana, o di Holle, Holda o Berchta, Perchta. Suoi rappresentanti diventano così l’Om de la Jàcia — l’Uomo del Ghiaccio, una sorta di Caronte dei monti, e Cé-de-lu — l’Uomo Lupo. Quest’ultimo è fantasma delle alte vette, che riveste oltre alla rappresentazione della Dea dell’Inverno anche quella di Guardiano, riconducibile anche a manifestazione e figura delle paure che Miola proietta lungo il proprio cammino. Ed è solo nella fermezza di colei che sa cosa vuole e dove intende andare, perché lo pensa e lo sente profondamente, che lui scomparirà tra gli anfratti della montagna.
Berchta compare nell’arco dell’Anno come Dea Oscura variando poi in Dea Luminosa. È inoltre Colei che connota la stagione che va dal tardo autunno all’inverno sino alla soglia della festa di Imbolc, quando la natura timidamente inizia a mostrare i primi segni della vita che ritorna. Questo aspetto è ben rappresentato dal rifugio dell’Om de la Jàcia — l’Uomo del Ghiaccio, che abita in una forra tra le due vette poste più ad est del monte Aut.
Il racconto si pone così simbolicamente a cavallo tra la Morte e la Vita, tra l’inverno ed il primo timido cenno di mutamento che si ha con il mese di gennaio, dalla sua seconda metà in poi, quando le giornate visibilmente più lunghe offrono qua e là segni di qualcosa che pulsa sotto la terra, dopo la quiete del tempo del Buio, nonostante il ghiaccio alle alte quote domini ancora il paesaggio. Anche Miola oltrepassato il fosso ghiacciato ed imboccato il sentiero boschivo che la porterà a casa, vede sorgere in lontananza l’alba, sebbene alle spalle restino nubi cariche di nuove tormente di neve.

Le Pernici
La figura della Dea dell’Inverno è ben rappresentata anche dai bambini defunti che vengono trasformati nei bianchi uccelli simbolo della montagna, ma pure come altri uccelli ci conducono al concetto di Morte e ci riportano alla figura di Berchta, Holda, Perchta, Holle ed al suo corteo che sorvola la Terra alla fine delle 12 Notti Sante del Tempo del Solstizio d’Inverno, sebbene nella versione tradizionale i bambini morti vengano trasformati dalla Dea in cani.
La pernice è inoltre simbolo associato alla greca Artemide, Dea che tra i suoi molteplici aspetti porta fertilità e rinnovamento al pari di Berchta, e come Lei attraversa i boschi accompagnata da un corteo, in questo caso di ninfe. Entrambe rappresentano le mutevoli energie del Femminile. In epoca cattolica la figura della pernice acquisì poi una valenza negativa e perfino diabolica poiché, secondo una concezione ebraica, sottrarrebbe e coverebbe uova non proprie, divenendo simbolo di avarizia.
Tornando però alla lettura precristiana, la pernice muta il proprio manto rendendolo immacolato durante l’inverno e screziato di marrone quando la neve si scioglie, manifestando così una forte capacità trasformativa, la stessa che si lega simbolicamente alla Morte e al mutamento.
Vladimir Propp nel suo Le radici storiche dei racconti di magia ci illustra come la Morte sia spesso associata alle figure di uccelli e Nicola Dal Falco, in Miti ladini delle Dolomiti, sottolinea come le anime dei morti furono spesso associate a figure ornitomorfe, rendendo evidente che tale associazione non sia casuale. Interessante in questa lettura est-ovest è la similitudine simbolica che gli uccelli rappresentano in Tradizioni che, se lontane geograficamente, risultano sorprendentemente affini e a cui è utile volgere lo sguardo in una lettura comparata di leggende o fiabe.
Tra le vette ladine abbiamo però altre figure che suffragano questa visione. Compare così Filadressa, la donna rapace dell’Ampezzano che rapisce i bambini trasformandoli in uccellini custoditi tra le rocce del Sorapiss. Pelna, una ninfa che si presenta come colomba e rapisce l’anima del suo amato. Versione analoga troviamo in Val Gardena in cui si manifesta in forma di usignolo. Abbiamo anche il Variul da la flüta, il rapace dal becco d’oro che con un alito di fuoco accese la fiamma sacra in eterno ricordo del Regno dei Fanes. Sempre all’interno della saga del mitico popolo delle Dolomiti troviamo la figura ctonia della strega Tsicuta che si presenta spesso come gazza o cornacchia. Ed ancora corvi sono coloro che consegnano le anime dei caduti in battaglia, destinate poi a mutarsi, per effetto della potenza numinosa, in fiori variopinti.
Il Mutamento
In questa storia il mutamento si manifesta non solo attraverso la trasformazione di Mèina in pernice nel momento della morte, ma anche attraverso quella di Miola, che inconsapevolmente attraversa un percorso destinato a renderla più consapevole e più forte come donna e come madre. Ella accompagna infatti la vita della ragazza sino ai suoi tredici anni per poi ritornare dalle pendici del monte Aut trasformata interiormente. Il mutamento rappresenta il secondo elemento chiave della leggenda, dopo la dimensione profetica della veggenza e della premonizione, riconducibili a figure quali la germanica Holda e la greca Artemide. Il mutamento conduce così dal fluire della Vita sino alla Morte, che diviene però soltanto una diversa manifestazione della Vita stessa.
Mèina viene trasformata e vola verso qualcosa di nuovo. La stessa grotta dove l’Om de la Jàcia — l’Uomo del Ghiaccio vive è posta in una gola fra le due creste più orientali del monte Aut. L’oriente richiama simbolicamente la primavera e una nuova manifestazione della Natura. La morte fisica diventa quindi solo il volo verso la direzione del Rinnovamento e della Rinascita. Il sentiero percorso da Miola diviene non solo ricerca dei figli ma autentico rito iniziatico seppur inconsapevole. Per poter tornare a casa Miola deve lasciare andare Mèina; e soltanto quando riesce ad accettare il fato, lasciando andare paure ed insicurezze, Cè-de-lu — Capo di Lupo le permette di passare. Il tutto assume chiaramente il connotato di ciò che Propp definì come “trasposizione del senso del rito”.
Il fosso ghiacciato
È soltanto affrontando il Buio, il freddo, il timore, l’incertezza che Miola compie un viaggio che non coincide solo con la ricerca dei figli, ma diviene confronto con le sue paure più profonde. È proprio questo percorso a permetterle di trovare la fermezza di oltrepassare il fosso ghiacciato, soglia a tutti gli effetti, tra la Morte e la Vita, tra un prima e un dopo, tra il freddo, l’oscurità e la strada che conduce a casa verso un’aurora che sorge.

Immagini
-
- Tratta da Internet. Autrice o autore indicato come “TCH Nguyen Xuan Lai”
-
2.3. Tratte da Internet. Autore sconosciuto. Se sei l’autore dell’immagine pubblicata e desideri che venga aggiunto un credito o che l’immagine venga rimossa, ti invito a contattarmi.
Bibliografia
- Dal Falco Nicola, Miti ladini delle Dolomiti. Le Signore del tempo, Palombi Editori 2013
- Dal Lago Bruna Maria Locher Elmar, Leggende e racconti del Trentino Alto Adige, Newton Compton 1983
- Monaghan Patricia, Figure di donna nei miti e nella leggenda, Edizioni Red 2004
- Stocchi Christian, Dizionario della favola antica, BUR Biblioteca Universale Rizzoli 2012
- Propp Vladimir Ja. Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton Editori 1977
- Wolff Carlo Felice, L’Anima delle Dolomiti, Capelli Editore 1967
- Wolff Karl Felix Leggende delle Dolomiti, il Regno dei Fanes, Mursia Editore 2013