La Bissa Bianca
Venerdì 15 marzo 2019

Questa è la storia di un’antica Valle che si snoda lungo il sinuoso scorrere del Rio Tegnas, che nel suo fluire guarda al Monte Agner e alle Pale di San Lucano. Questa è la leggenda di una Valle che fu conosciuta in un tempo remoto dagli abitanti di Taibon come la Val Bissera, per il grande numero di serpi, basilischi e rettili di varia natura che la abitavano e tenevano lontano chiunque desiderasse mettere radici in quel luogo, che oggi è chiamato Valle di San Lucano.1
Solo i più impavidi decidevano di attraversarla — nonostante la torbida fama che la distingueva — per arrivare agli alpeggi più alti, oppure per fermarsi nel fondovalle a lavorare nelle fornaci2. Nei discorsi degli abitanti di Taibon, però, c’era sempre il timore, c’era sempre quella ritrosia al solo pensiero di costruire case in quella conca; tra le loro parole si agitava sempre e solo la paura dei serpenti. E fu proprio durante uno di questi dialoghi che un viandante li ascoltò. Un tipo strano, giunto da chissà dove e abbigliato in modo singolare.
Il forestiero dava sicuramente nell’occhio, non solo per i suoi abiti stravaganti, ma anche per i modi che ne rivelavano l’originalità. Non era la prima volta che arrivava a Taibon; nessuno ne conosceva il nome, eppure tutti sapevano chi fosse, e più di una persona in paese aveva avuto modo di ricevere i suoi consigli e di sperimentare sulla propria pelle l’arte della guarigione che sapeva esercitare. Sì, perché quell’uomo sapeva guarire vari malanni; da una sacca consunta dal tempo tirava fuori delle erbe che, ogni volta che venivano utilizzate, portavano sollievo alle persone malate, oltre che agli animali.
Si imbatté così in quel dialogo, era impossibile non prestare orecchio a quella storia di così tante bisce che terrorizzavano chiunque osasse semplicemente nominarle, rendendo la Valle quasi inaccessibile. Decise quindi di dire la sua e propose ai valligiani, anche in questo caso, di aiutarli a risolvere un problema che si protraeva da un tempo di cui nessuno ricordava l’inizio. Chiese soltanto conferma che fra le bisce che abitavano la Valle non vi fosse quella bianca gigante.
Gli abitanti si guardarono l’un l’altro, ma nessuno aveva mai sentito parlare della Grande Biscia Bianca. Gli garantirono quindi che poteva essere sicuro e che lo avrebbero aiutato nel suo operato. L’uomo invitò allora la popolazione a creare una grande calchera al centro della Valle e a riempirla con così tanta legna che potesse ardere per lungo tempo. Al resto ci avrebbe pensato lui e si accomiatò. Gli uomini del villaggio iniziarono a tagliare un gran numero di faggi ed abeti e raccolsero pietre per creare il fondo della fornace; quando tutto fu pronto, accesero il fuoco, che arse per tre giorni e tre notti, illuminando sin da lontano il paesaggio.
Arrivò quindi il forestiero; in quei giorni era rimasto nel villaggio, senza interferire in alcun modo con la costruzione della calchera; si era invece concentrato su quello che avrebbe fatto successivamente. Intanto, da lontano, durante le sue passeggiate ai limiti del bosco, aveva accompagnato con lo sguardo l’alacre lavoro degli uomini, intenti nella fatica di scavare, tagliare, trasportare e sistemare ogni cosa.
Giunto vicino alla fornace, scintillante di fuoco da tre giorni, il forestiero tirò fuori dalla sua sacca un piffero ed iniziò a suonarlo, non prima di essersi messo al riparo sui rami di un abete, celato alla vista di chiunque. Un ammaliante suono iniziò a diffondersi attraverso la foresta, improvvisamente divenuta muta, immobile, quasi protesa nell’ascolto di quella musica. Dopo pochi istanti iniziarono a comparire centinaia o forse migliaia di serpenti di ogni dimensione: alcuni condotti dalle acque, altri fuoriusciti da massi e rocce, altri ancora saltati giù da rami sui quali stavano riposando. Come incantati da quel suono, si gettarono nel fuoco vivo, ad uno ad uno, fra sibili di morte e fiamme che si levavano alte a riverberarsi sulle pareti rocciose circostanti. Questo continuò per tutta la notte e sino all’alba.
Quando il giorno era oramai iniziato e non si vedevano più serpi in giro, il cielo divenne plumbeo, l’atmosfera intorno si caricò di una strana energia. Dagli alberi, strisciando il suo corpo dalle grandi dimensioni e con fischi e sibili che nulla di buono lasciavano presagire, arrivò Lei, la Grande Biscia Bianca. Il suo sguardo magnetico individuò subito il forestiero fra i rami, con le sue spire lo raggiunse, lo tirò giù e lo condusse con sé tra le fiamme. Pur ipnotizzata da quel suono che aveva ascoltato per ore, aveva mantenuto la lucidità necessaria per compiere quell’ultimo atto, nel quale sarebbe perita lei ma anche chi aveva organizzato la distruzione sua e della sua Stirpe.
1 L’Agordino o Val Cordevole, dal torrente che scorre nel fondovalle, è una valle dolomitica veneta, costellata da imponenti cime come la Marmolada (3342 m), il Monte Civetta (3220 m), il Gruppo del Sella (3152 m), l’Agner (2872 m), il Monte Tamer (2547 m), ed i Monti del Sole (2248 m). Queste cime svettano a cornice delle sue valli laterali: Val del Biois, Val Pettorina, Val Fiorentina e la Valle di San Lucano con le sue omonime Pale, la cui cima più alta è il Monte San Lucano (2406 m).
2 La calchera fu un antico tipo di fornace che si usava per la cottura della calce.
Note
Il racconto appartiene alla Tradizione veneta, come riportato dalle fonti citate, e ricalca un cliché narrativo che si ritrova uguale identico in molte aree non solo dolomitiche ed alpine ma anche europee. Sebbene le storie si sviluppino con lievi declinazioni legate alla regione in cui vengono raccontate, condividono un filone di base e una linearità narrativa che, in maniera lapalissiana, riconduce i racconti a una radice comune che li diffuse a chilometri di distanza.
La fine del racconto, in tutti i casi, vede la scomparsa di tutte le bisce, ma il forestiero che doveva liberare la Valle, in effetti, diviene vittima anch’egli del rogo appiccato per distruggerle. Come in un meccanismo simile alla legge del contrappasso, anche il distruttore perisce tra le stesse fiamme che hanno sterminato l’intera popolazione di serpenti. E quando pensa che tutto sia finito, è la Madre delle bisce, prima a nascere ed ultima a perire, a trascinarlo nella trappola che egli stesso aveva pensato di usare come strumento di liberazione.
Si unisce così ai valligiani, che oramai hanno dimenticato da molto tempo il significato della Dea Serpente e, non riconoscendone gli aspetti forieri di fortuna e benessere, pensano solo a distruggere ciò che non hanno compreso. La non comprensione ha condotto alla distruzione della Stirpe dei Serpenti, ma vede la fine anche il suo artefice. Pensando, infatti, di estinguere ciò che crede di riconoscere come un problema, in effetti, getta nel fuoco dell’ignoranza anche la sua vita e quella di tutti coloro che verranno, incapaci di riconoscere il valore della Saggezza Serpentina.
Immagine
- Tratta da Internet . valledisanlucano.it
Bibliografia
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Dal Lago Bruna Maria, Fiabe del Trentino Alto Adige, Mondadori 1997
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Dibona Dino, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti, Newton&Compton Editori 2001
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Gatto Chanu Tersilla, Saghe e leggende delle Alpi, Newton&Compton Editori 2011
Riferimenti ad altri contributi dell’autrice
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Cfr. La Serpe Bianca
https://ilblogdilujanta.eu/articoli/2019/52019-la-serpe-bianca/ -
Cfr. Haselwurm, il Serpente del Nocciolo
https://ilblogdilujanta.eu/articoli/2019/42019-haselwurm-il-serpente-del-nocciolo/ -
Cfr. La Dea Serpente di Bianco Cristallo
https://ilblogdilujanta.eu/articoli/2018/32018-la-dea-serpente-di-bianco-cristallo/
Sitografia
- Valle Di San Lucano – Taibon Dolomiti valledisanlucano.it