I Venedigermandln, i Nani Veneziani della Tradizione alpino-dolomitica

(Ahrntal – Valle Aurina, Südtirol – Sudtirolo)

Giovedì 11 giugno 2020



In questa disamina affronteremo una particolare razza di Nani, attraverso un viaggio che tocca diversi luoghi e regioni alpine italiane, spingendosi anche oltre i loro confini. Questi Esseri, presenti nelle Tradizioni leggendarie di diverse province del Nord-Est, ci riconducono, nonostante le ambientazioni relativamente recenti di molti racconti, ad una Stirpe particolarmente abile nella lavorazione dei metalli: i Venetici, prestigiosa popolazione indoeuropea citata da Omero nell’Iliade e ricordata anche da numerosi autori classici.

Infatti i piccoli Esseri di cui tratterò uniscono una figura tipica della leggenda, quella dei Nani, appunto, ad uno degli aspetti, storicamente comprovati e legati ad una delle più peculiari tradizioni ed abilità degli Antichi Veneti: la metallurgia.

Indagando alcune sfaccettature storiche di ambito venetico, i tasselli di un puzzle che a primo acchito sembrava privo di una forma hanno assunto invece tratti precisi e circostanziati, evidenziando come il nome con cui questi esseri sono giunti sino a noi non rimandi — sebbene molte leggende ne parlino — propriamente alla città di Venezia, quanto piuttosto agli antichi Veneti ed alla loro abilità nell’estrazione e nella lavorazione delle rocce metallifere.

Nelle differenti versioni della Tradizione compaiono con nomi diversi, che foneticamente evocano e richiamano la città lagunare: sono i Venödiger o Venediger, denominati anche Venedigermannlein o Venedigermandl in tedesco, mentre in italiano sono semplicemente conosciuti come i Veneziani o gli Ometti di Venezia.

La questione che ha destato la mia curiosità, quando ho analizzato sotto questo aspetto leggendario le aree dell’Ahrntal – Valle Aurina, è come fosse stato possibile che il termine “veneziano” venisse attribuito a questi esseri leggendari, narrati in luoghi così lontani dalla città lagunare. Un’analisi storica e, in particolar modo, linguistica, tratta dagli studi di Alessandro Mocellin, docente di Lingua Veneta, mi ha supportata in tal senso. Veneti è l’etnonimo con cui da sempre questa popolazione è denominata, mentre Venezia, che oggi è nome dell’attuale capoluogo di Regione, originariamente indicava la totalità del territorio relativo alla Civiltà Venetica. Scrive infatti lo stesso Mocellin: «Se avessimo chiesto al primo Imperatore Romano, Caesar Octavianus Augustus chi fossero i Venetiani, ci avrebbe probabilmente detto che sono gli abitanti della regione Venetia.»

Innanzitutto occorre considerare l’estensione dei territori venetici che, a cavallo tra l’Età del Bronzo, all’inizio del secondo millennio a.C. — quando i Venetici si insediarono nel territorio lagunare — e l’Età del Ferro, periodo della loro massima espansione, subirono significative variazioni. Il territorio arrivò a comprendere l’intera Regione, così come la conosciamo oggi, estendendosi anche alla Lombardia orientale, al Friuli, con i territori della Livenza e del Tagliamento, alla Venezia Giulia e all’Istria. Con la romanizzazione del Popolo degli antichi Veneti, nel 31 a.C. si costituì la X Regio Venetia et Istria.

Sebbene la tesi sostenuta da Erodoto, che considerava i Paleoveneti di origine illirica, sia stata completamente scardinata a favore di quella che li riconduce alla Paflagonia, regione anatolica dell’attuale Turchia affacciata sul Mar Nero, la vicinanza territoriale tra i Paleoveneti e gli Illiri favorì inevitabilmente i contatti tra le due popolazioni. Gli Illiri, stanziatisi nell’Ahrntal – Valle Aurina ancor prima dei Celti, entrarono infatti in relazione con gli Antichi Veneti non soltanto attraverso le influenze culturali dovute alla prossimità geografica nell’area balcanica, ma anche mediante gli scambi commerciali, legati alla ricerca di materie prime e alla diffusione delle situle, i peculiari vasi potori della Cultura Venetica.

Questi recipienti, costituiti di lamina di bronzo, venivano sapientemente lavorati a sbalzo e a cesello, dando luogo ad opere di rara bellezza che, fortunatamente, in molti casi si sono conservate sino ai giorni nostri. Tali tratti portano a pensare alla trasmissione di modelli culturali che non si riverberarono solo in un’acculturazione reciproca, comprendente anche e principalmente i Celti dell’area alpino-dolomitica, ma che potrebbero aver influenzato, per come i racconti sono giunti sino a noi, la narrazione di una delle figure più rappresentative del mondo minerario: i Nani, appunto.

Di origine divina, questi piccoli uomini, nati dalla pietra, assumono peculiarità tipiche del piano metafisico. Così come appaiono non si sa da dove, possono scomparire alla stessa maniera. Compaiono con la primavera ed all’arrivo dell’autunno ritornano nei luoghi dai quali erano arrivati. Conoscono i segreti della terra e sanno individuare le vene metallifere, ma, qualora non vengano rispettati, possono occultarle nuovamente nelle sue profondità, esaurendo di fatto le opportunità estrattive.

Fondamentalmente molto socievoli e gentili, chiedono ospitalità nei masi e, laddove vengano accolti, ricompensano il pastore e la sua famiglia con benessere e ricchezza. Guardiani dei tesori che originano dalla profondità della montagna, conoscono i minerali e le gemme, sanno estrarli e si pongono come conoscitori e trasmettitori dell’attività mineraria. La loro competenza, tuttavia, non conosce limiti, poiché la loro Arte si estende anche alla fusione ed alla forgiatura dei metalli, rivelandoli abili fabbri.

Come abbiamo visto, sono di norma cordiali, possono tuttavia divenire anche severi punitori di alterigia e di mancata fiducia, infliggendo castighi ad intere comunità o causando la morte del minatore o dei minatori che non si siano comportati in maniera onesta. Si dimostrano così in grado di lanciare maledizioni, anche e specialmente nel caso in cui siano torturati per carpire i loro segreti, come emerge in alcuni racconti. Possiedono uno specchio attraverso il quale possono osservare quanto accade anche lontano da loro, nel tempo e nello spazio, ed una sfera che permette loro di individuare la posizione di vene metallifere.

Se la figura del Nano è, a qualsiasi latitudine, strettamente connaturata ad aree caratterizzate dall’estrazione mineraria, quella del Venediger presenta una distribuzione geografica più peculiare e circoscritta. La ritroviamo, in alcune descrizioni, nelle miniere del Calisio, nella parte orientale di Trento, dove tuttavia queste creature mutano provenienza e vengono chiamate Nani Lombardi (sempre in riferimento ad una parte di quello che fu il territorio dei Venetici). Altre testimonianze emergono nell’area di Trambileno, confinante con la Vallarsa, territorio cimbro come quello degli Altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna, dove alcune leggende parlano di certe piazze di Venezia, richiamando queste piccole creature mitologiche della montagna. Numerosi sono pure i riferimenti nella Valle germanofona dei Mocheni, sempre in Provincia di Trento.

Loro tracce affiorano anche nelle tradizioni leggendarie di un piccolo ed isolato cantone della Svizzera orientale, il Kanton Glarus – Cantone Glarona, ed in Austria, nel Land del Kärnten – Carinzia. In Provincia di Bolzano li ritroviamo nelle aree della Villanderer Alm – Alpe di Villandro, fra Barbian – Barbiano, Sarntal – Sarentino e Klausen – Chiusa, così come a St. Vigil in Enneberg – San Vigilio di Marebbe, nella Gadertal – Val Badia. È tuttavia nell’area tirolese e sudtirolese, comprendente anche l’Ahrntal – Valle Aurina, che questa particolare tipologia di Nani trova la sua maggiore diffusione leggendaria. Qui il Venediger diviene persino eponimo del Venedigergruppe – Gruppo del Venediger, negli Hohe Tauern – Alti Tauri, la cui cima più elevata è il Großvenediger (3674 metri).

Il loro abbigliamento varia a seconda delle narrazioni, sebbene il colore predominante sia il rosso, con varianti in verde o grigio. Vestono lunghe giacche e pantaloni aderenti, talvolta descritti di colore celeste, ed indossano un caratteristico cappello a punta ed un grembiule di cuoio, proprio come i primi minatori.








Immagine

  • Tratta dall’archivio personale.
    Venödiger, Museo DoloMythos Innichen – San Candido

Bibliografia

  • Banzato D. (Cur.) Veronese F. (Cur.) Venetkens.Viaggio nella terra dei Veneti antichi (Catalogo della mostra, Padova 6 aprile-17 novembre 2013), Marsilio 2013

  • Dal Lago Veneri Brunamaria, Alto Adige Südtirol. Una guida curiosa, Edition Raetia 2016

  • Coltro Dino, Gnomi, anguane e basilischi, Cierre Edizioni 2012

  • Merci Lucillo, Le più belle leggende dell’Alto Adige, Manfrini Editori 1989

  • Raffaelli Umberto, Leggende, fiabe e figure immaginarie delle Dolomiti, Editoriale Programma 2019

  • Sebesta Giuseppe, Fiaba-leggenda dell’Alta Valle del Fersina e carta d’identità delle figure di fantasia, Museo Provinciale degli usi e costumi della Gente Trentina 1973

Riferimenti ad altri contributi dell’autrice

Sitografia