Il concetto di etenismo: eteno come sinonimo di pagano, origine e utilizzi del termine in ambito europeo

Giovedì 6 gennaio 2022



1. Introduzione

L’indagine di questo articolo riguarda il termine eteno e intende dare informazioni non solo inerenti al significato etimologico, ma anche riguardo alle fonti documentali ed ai suoi utilizzi nel corso dei secoli.

Nasce non solo da un interesse suscitato in me da questo vocabolo, da quando, diversi anni fa, ne lessi l’etimologia — in un post che mi fece scoprire un termine a me ignoto — ma anche all’interno di un maggiore fermento scaturito in seguito ad un mio viaggio in Slovenia ed all’incontro con il folklore, quando mi sono imbattuta nuovamente nella voce, questa volta come parte del titolo di una leggenda che, fondamentale nella narrazione locale, apre ed introduce al mito sloveno per eccellenza: quello dello Zlatorog, il Camoscio dalle Corna d’Oro.

La Slovenia, stato slavo con cui ad est confina l’Italia, pur all’interno delle sue piccolissime dimensioni è una perla culturale, archeologica, storica e folklorica di rara bellezza. Il mito fondamentale ruota intorno alla morte del Camoscio dalle Corna d’Oro ed a come questa diventi maledizione per l’area del Monte Triglav – Tricorno, rendendola rocciosa ed arida come oggi la conosciamo.

Un tempo l’animale viveva, invece, fra cime innevate dove, se cadeva una goccia del suo sangue, nascevano rose profumatissime. A causa di chi aveva tentato di ucciderlo, decise di distruggere tutto intorno a sé e di scomparire, lasciando i versanti montuosi di nuda roccia.

Da tempo immemore, con lo Zlatorog vivevano fra quei monti, in quella che oggi è la Valle dei Laghi, Tre Dame Bianche, ed è da una di queste che verrete introdotti al mito di questa montagna considerata in qualche modo sacra. Ma è soprattutto dal titolo inglese di questa iniziale leggenda che nasce la necessità di questo scritto. La leggenda di Ajdovska Deklica viene tradotta in inglese con The Heathen Maiden. L’incontro con il termine heathen all’interno della narrazione popolare slovena ha reso utile, dal mio punto di vista, un approfondimento sul tema, anche per chi ne leggerà il racconto.

2. Primi utilizzi del lessema: eteno

Devo dire che, per quanto si possa fare ricerca sulla parola, vi è veramente poco che descriva in maniera dettagliata, attraverso rimandi storico-linguistici, quanto culturali e cultuali, forme e significati atti a circostanziare un lessema che va senza dubbio conosciuto, soprattutto da chi oggi segue le Antiche Divinità autoctone europee. All’interno di questo lavoro affiancherò l’analisi etimologica di diverse parole create dai Cristiani per scindere ciò che non apparteneva al loro Credo. Conoscere l’origine fondamentale — almeno a livello greco e latino — di alcuni vocaboli dedicati, definiamoli così, ci permette di restituire loro il valore che avevano per i nostri Avi all’interno dei contesti in cui sorsero secoli fa, prima di attribuzioni secondarie oggi in uso, che non permettono però di analizzare tali questioni correttamente, poiché interpretate attraverso una visione odierna.

Per indicare chi seguiva gli Antichi Culti indigeni, noi oggi usiamo termini come politeista o pagano, ma c’è un preciso termine con cui i circoli di matrice accademica etichettarono i popoli dell’Europa occidentale e centro-settentrionale, a partire sin dal Medioevo: quel termine è eteno o etheno, laddove se ne voglia mantenere un richiamo grafico all’anglosassone heathen. Questa parola è oggi usata in special modo da persone impegnate nella ricostruzione delle Tradizioni Germaniche di matrice precristiana.

Il vocabolo apparve per la prima volta nella traduzione in lingua gotica dei libri del Nuovo Testamento, ad opera del Vescovo Wulfila (o Ulfila, 310-383). La prima menzione assoluta del termine compare nel capitolo sette del Libro di Marco ed è riferita ad una donna greca, nata nella Siria Fenicia, che supplicò Gesù di scacciare un demone che albergava nel corpo della figlia.

3. Etimologia del termine

Riguardo all’origine ed all’etimologia della voce esistono due teorie contrastanti. La prima, ampiamente accettata, vuole che il lessema heathen tragga origine dal vocabolo heath (brughiera), la cui radice indoeuropea è kait, con il significato di foresta incolta. Tale definizione è variata poco e la si ritrova nel gotico femminile haiþi, nel genitivo haiþjōs, con significato di pascolo, campo, aperta campagna, terra incolta. Lo stesso significato hanno l’Antico Inglese hǽð, il Medio Basso Tedesco hêde, così come il Medio Olandese hêde, heide, l’Olandese heide, hei, l’Antico Alto Tedesco, il Medio Alto Tedesco ed il Tedesco heide, oltre all’Antico Norreno heiðr. Un eteno, quindi, è letteralmente una persona che vive in terre desolate e selvagge.

Si presume che Wulfila abbia scelto una parola gotica che fosse sinonimo del latino dotto paganus con il significato di infedele. Che si tratti di una trasposizione di significato dei Cristiani di lingua latina da paganus — utilizzato sia come aggettivo che come sostantivo — tratto da pagus con valore di villaggio e quindi con accezione di abitante del villaggio, sin dai tempi di Cicerone, non vi è dubbio. La trasformazione del significato da abitante del villaggio a non cristiano avvenne con probabilità a seguito del fatto che nei villaggi coloro che seguivano gli Antichi Culti erano di gran lunga più numerosi che non nelle città, essendo la Tradizione più saldamente radicata. Una seconda ipotesi è data anche dal fatto che i primi cristiani si definivano miles cioè militi di Cristo, facenti parte cioè della grande Militia Christi, in antitesi a coloro che definivano in maniera alquanto dispregiativa “borghesi”. La parola derivata dal Tardo Latino burgu(m), ben prima di indicare gli appartenenti ad una classe sociale — e, come ultimo significato in ordine di tempo, chi non indossava uniformi ecclesiastiche o militari — definiva, in origine, gli abitanti del borgo, inteso come sobborgo fuori dalle mura cittadine. Venivano quindi definiti pagani i borghesi perché separati dalla città e, di fatto, separati dal cristianesimo.

La stessa parola latina burgu(m) (185 d.C.) originò dal greco pyrgos con il significato di torre, a sua volta influenzata dal germanico — e come si può evincere dalla stessa pronuncia dura della g — derivata dall’Antico Alto Tedesco Burg (gotico Baurgs – celtico Borg) con il significato di qualcosa di chiuso e protetto sebbene fuori appunto dalle mura urbane. Ma il borgo non è mai stato un luogo fortificato, a maggior ragione derivabile da un’antica torre. Erano i borghi, invece, luoghi popolari ed aperti, seppur radicati nella tradizione; per questo l’origine della parola borgo, così come dei suoi derivati, è parallela al latino vulgus, con significato di volgo e popolo. Questo rapporto è ancora presente attraverso passaggi fonetici, ben attestati nei dialetti della Toscana e dell’Italia centrale con trasformazioni letterali del tipo v > b e lg > rg. Si pensi appunto al Toscano boce per voce, bacca per vacca, balle per valle ecc.

Riguardo la seconda teoria non mi dilungherò molto, proprio perché lacunosa di una base etimologica a suo supporto. Nacque ad opera di Sophus Bugge nel 1896, che tentò di fondarla su una presunta attinenza tra fonti bibliche e termini norreni. Per questo studioso tutto derivava dal mondo classico o cristiano ed il termine in questione era solo il prodotto del mondo classico mediterraneo e di una derivazione dall’Armeno het’anos. Nella sua visione, le persone di origine germanica non avrebbero avuto né un sistema mitologico né uno religioso proprio. Il suo pregiudizio e la mancanza di un fondamento linguistico però lasciarono che la prima definizione trovasse il suo giusto riconoscimento. Del resto, le parole portate a supporto della sua tesi linguistica, nel tentativo di comparare le origini del lessema eteno, non manifestarono nessuna correlazione con le peculiarità semantiche insite nel vocabolo stesso e che abbiamo visto più sopra.

4. Breve sintesi dell’utilizzo del vocabolo all’interno di fonti storiche dal IV secolo in avanti

Dopo il IV secolo e l’utilizzo che ne fece Wulfila, la presenza del termine eteno scomparve dall’uso di documenti per alcune centinaia di anni, ad eccezione della sua presenza in riproduzioni di Bibbie gotiche. Non sappiamo se perché registrato su supporti deteriorabili o se non fosse stato utilizzato all’interno di documenti ufficiali, da parte di genti germaniche che vivevano all’interno o alla periferia dei territori romani. Se prendiamo, ad esempio, in considerazione la popolazione dei Goti — di cui lo stesso Wulfila faceva parte — vediamo come diventò parte del tessuto romano e come le sue testimonianze siano in Latino, anche perché lo stesso lavoro degli scrittori di origine germanica subiva l’influsso quasi esclusivo di altre tribù fortemente romanizzate.

Ritroviamo nuovamente il vocabolo nel 616 all’interno delle Cronache Anglosassoni, in riferimento alla morte del primo re cristiano del Kent, Æthelbert. La voce si rifà all’Historiam Ecclesiasticam Gentis Anglorum: Liber Secundus (Ecclesiastical History of the English People, Book Two), scritto da Beda il Venerabile; il passo della cronaca è infatti una glossa della sua opera al cui interno il vocabolo eteno viene utilizzato due volte nella traduzione dal Latino all’Anglosassone. Dopo aver narrato della morte di Æthelbert, entrambi i testi pongono l’attenzione sul fatto che suo figlio Eadbald non volesse convertirsi al monoteismo cristiano. Beda si riferisce a Eadbald come a chi viveva in maniera peccaminosa ed era così tanto corrotto da non essere nemmeno ascoltato dalle Gentes (i Gentili). Le Cronache Anglosassoni riferiscono semplicemente che viveva in hæðenum (heathendom).

Merita un’analisi etimologica anche la parola Gentile dal Latino Gens-Gentis, che nella terminologia cristiana antica indicava chiunque non fosse Ebreo o Cristiano. Il termine trae origine dall’aggettivo greco ethnikos, da ethnos, razza/gente, ed utilizzato in maniera propria dall’ebraismo con il significato di popolo pagano. Gentile indicava perciò chi appartenesse alla stessa stirpe, alla stessa famiglia; da qui il comportamento amichevole fra i propri simili, che diede poi luogo al significato ultimo che ancora oggi usiamo quando indichiamo una persona gentile.

Beda continua poi nella narrazione della partenza dei Vescovi Mellito e Giusto, dai Barbaros (Barbari) del Kent, che avevano rifiutato di convertirsi. Usò Barbari dal latino Barbaru(m), a sua volta dal greco Barbaros, voce che alludeva alla lingua di coloro che appartenevano ad altra stirpe e che, secondo i Greci ed i Romani, sembrava un balbettio. Non usò quindi il termine Gentes in questo contesto e descrisse le loro pratiche come quelle di Daemonicis Cultibus (culto demoniaco). Il traduttore anglosassone di Beda scelse di non differenziare tra il termine Gentis e Daemonicis Cultibus ed usò il termine eteno per la seconda volta. La spiegazione di ciò nasce dal fatto che Beda scelse quel termine per riferirsi alla Gente di Eadbald come ad un Popolo che era parte estranea di una nazione dove il Cristianesimo era religione istituita, e la definizione Daemonicis Cultibus fu usata con l’intento di condannare la venerazione di Deità che nella visione di Beda erano chiaramente maligne.

Il metafraste anglosassone fece così confluire le due visioni nello stesso soprannome di hæðen. Il termine assunse in questo modo non più la valenza di straniero o abitante della brughiera, ma quella di chi si poneva al di fuori di uno stato cristiano ed aveva una condotta religiosa condannabile, raggruppando i due significati in un unico, nuovo e più ghettizzante vocabolo.

Alla fine dell’VIII secolo il termine vide aumentare il proprio utilizzo in vari documenti, con significato di estraneo sia al paese anglosassone che alla religiosità cristiana. Tale definizione nacque fondamentalmente in relazione ai Danesi, che minacciavano con continue incursioni l’isola anglica, terra sulla quale i re locali avevano provato a porre fine alle pratiche autoctone, non soltanto vietandole ma rendendole illegali a tutti gli effetti e definendole hæðenum.

I reggenti anglosassoni, mano a mano che si cristianizzarono, iniziarono una vera e propria azione volta ad estinguere pratiche religiose lontane dal cristianesimo. Le cronache e gli annali di questo periodo riportano come gli Eteni praticassero stregoneria, effettuassero sacrifici, lanciassero maledizioni contro pozzi, pietre e alberi, ed anche effettuassero incanti di vario genere. Furono istituite anche multe per chi facesse offerte a demoni, in relazione a misure sempre più restrittive e coercitive volte a bloccare l’adorazione di pietre, di pozzi, alberi o idoli. Tutto ciò confluì nella denominazione hæðenðom.

Siamo intorno all’anno 1000 quando, con la definizione di Cnut/Canute I (altri titoli Canute II, Canute the Great, Knut den Mektige, Knut den Store – Canuto il Grande), Re d’Inghilterra, Danimarca e Norvegia e Governatore di Schleswig e Pomerania, l’etenismo evolvette da pratica religiosa indigena propria dei Danesi a quella delle popolazioni dell’Europa del Nord che dovevano ancora essere cristianizzate. Il significato originale del termine come straniero fu pressoché perso e diventò più specialistico e riferito alla religione di genti germaniche. Questa prerogativa venne mantenuta e rafforzata negli scritti attraverso l’Europa del Nord e la Scandinavia, nei quali la parola eteno è sempre relata all’Antica Religione.

5. La ricchezza di un antico termine

Da ciò si evince, riguardo la parola heath (brughiera) — nelle sue variazioni linguistiche in tutte le lingue germaniche — non solo l’antichità della parola stessa, ma anche il fatto che al suo interno è contenuto uno dei concetti germanici innati. Si definisce così eteno colei o colui che vive nella brughiera, intendendo con questa parola terreni alluvionali quindi paludosi e poveri di humus, che non permettono altra vegetazione se non quella di arbusti e graminacee. Troviamo come sinonimo landa o steppa, quindi grandi appezzamenti appartenenti per lo più al nord Europa, ma tipici anche di zone prevalentemente pianeggianti, nelle quali è difficile la coltivazione di qualsivoglia pianta, vasti terreni brulli e selvaggi.

Il periodo di letteratura indagato da Rood (2008) termina con il corpus di opere relative all’Islanda del XIII secolo. Quella letteratura procura la più fine produzione letteraria all’interno della quale il termine eteno viene usato per descrivere specifiche genti e le loro pratiche religiose.

L. Heid (2015) nella sua opera prima, La Stregoneria dei Vani, evidenzia come in secoli più recenti il movimento eteno abbia avuto radici nel Romanticismo, cioè verso la fine del XVIII secolo, quando molti volsero il loro sguardo verso le Antiche Vie precristiane, determinando una crescita della ricerca e della rivivificazione delle antiche Tradizioni germaniche. Molti nomi noti di scrittori ed esoteristi quali — in ordine cronologico — Madame Blavatsky, Guido Von List, Aleister Crowley e Dion Fortune fecero parte di questo movimento. Movimento che in Inghilterra vide anche la nascita della Wicca.

L’Etenismo manifesta così di avere numerose e variegate ramificazioni, con differenziazioni venutesi a creare in base al luogo di origine, alla Tradizione a cui si annette oppure ad evoluzioni della stessa. Questo non deve fare pensare però ad un tutto uguale a tutto, poiché, se le comparazioni e le osservazioni anche di Divinità, talvolta condivise da pantheon pur diversi, evidenziano proprio questa fase comune e primigenia dell’origine del termine, non si può fare un’amalgama indistinta che appiattisca le ramificazioni del Grande Albero dell’Etenismo.

Conclusioni

Il termine eteno o etheno, che trova la sua espressione sinonimica in pagano, ha la sua prima assoluta attestazione, a partire dal IV secolo nelle traduzioni del Nuovo Testamento in gotico del Vescovo Wulfila, con riferimento al Libro di Marco ed a una donna etena di origine greca che chiede aiuto al Cristo affinché liberi la figlia da un demone che albergava nel suo corpo. Il vocabolo trova poi attestazioni successive, prima in maniera meno uniforme e continuativa, sino ai tempi più recenti, con una rivivificazione del termine e soprattutto del suo significato profondo.

Il lessema vide risemantizzazioni successive che si avvicendarono nei secoli, partendo dal suo significato originario di straniero, con valenza di infedele, a comunità rurali che stavano fuori dalle mura cittadine, delineando una separazione di fatto fra il Cristianesimo, espanso all’interno di mura cittadine, ed un Etenismo sviluppato ma soprattutto radicato in aree verdi e rurali. Abbiamo così una transizione dal significato di chi è straniero a chi vive in ampi spazi desolati e inospitali. L’ampiezza, il respiro dello spazio ed il suo essere selvaggio hanno forgiato quanto è diventato insito nel termine stesso. Intorno al 1000 esso designò prevalentemente Genti di Tradizione germanica.

Essere Eteni assunse così il valore che non si esauriva nel credo personale né in una questione di centralità religiosa. Era molto più un aspetto legato alle comunità che ne praticavano il Culto, poiché il concetto germanico di religione fu inseparabile da terra, legge, comunità e poteva essere compreso soprattutto in termini di frontiere concettuali.

Un abitante delle lande, per un membro di una prima tribù germanica o filogermanica, non sarebbe soltanto un individuo che vive nella sua area. Quell’individuo sarebbe un estraneo, al di fuori della propria identità culturale, dei propri costumi, delle proprie leggi e della propria morale. Perché nulla è più vicino al Vero della Radice di una Stirpe, che siamo chiamati a recuperare attraverso ciò che abbiamo di disponibile nelle fonti scritte e, laddove queste manchino a cercare e a studiare attraverso altre vie, come ad esempio l’archeologia e ciò di cui essa ci parla tramite i suoi reperti, ma anche il folklore, che non narra — a differenza della storia — esclusivamente quella dei vincitori, ma quella di tutti.

Il Culto delle Antenate e degli Antenati, che io sento particolarmente, si lega inscindibilmente a quello di Stirpe perché, prima di significare l’origine di una famiglia o discendenza, il termine latino stirpem, nella sua veste dotta, significava proprio famiglia di vegetali e radice come anche il suo allotropo sterpum.

Guardare quindi alla Stirpe significa guardare al Fondamento, all’Origine Primaria del Politeismo Autoctono Europeo, alle origini dell’Etenismo, scisso e protetto da qualsiasi concezione monoteistica.







Immagine

  • Tratta da Internet.
    Der Baum der KrähenL’albero dei corvi (1822), Caspar David Friedrich (1774–1840). Musée du Louvre, Parigi

Articoli e monografie on line

Bibliografia

  • Laugrith Heid, La Stregoneria dei Vani, Anael Sas Edizioni 2015

  • Alinei Mario Benozzo Francesco, DESLI Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana, Pendragon 2015