Le fondamenta incantate di Burg — Castel Stetteneck
Sabato 1 settembre 2018
Un tempo la Troi Pajan — la Via Pagana — si snodava non lontana dal monte Balèst, nei pressi della località che veniva denominata Pincana. Le rocce che segnano la strada sono friabili e inaffidabili, spesso franando e riversando massi sulla stessa via. Ma esse parlano di un antico maniero che proprio su quegli speroni fu innalzato. È grazie agli scambi tra Venezia e l’attuale Sud Tirolo, ed ai racconti che i commercianti si tramandarono, che sappiamo che in quella zona poco sicura sorgeva un castello, la cui costruzione non fu certo priva di ostacoli, per via di quella pietra difficile da spianare, instabile, e sulla quale posare un edificio di tale imponenza era davvero un’impresa ai limiti dell’incredibile. L’edificazione del maniero si mostrò sin da subito estremamente difficoltosa, su quel picco roccioso, precipizio a guardia di Pincana, gli operai si ritrovarono ad affrontare enormi difficoltà nel livellare il terreno, mentre i massi mostravano fenditure e cedimenti ovunque si cercasse di intervenire con strutture che ne permettessero l’elevazione. Sarebbe stato sicuramente più saggio costruire altrove, ma il cavaliere pretendeva che proprio lì sorgesse il suo castello, e lì, a qualsiasi costo, voleva vederlo innalzato.
Nonostante tutto, il proprietario era uomo ostinato e poco incline a rinunciare ai propri propositi. Lui non era di quella zona, era un ricco forestiero, la cui nomea parlava di delitti impuniti a suo carico ed altre situazioni poco chiare della sua vita. Il cavaliere che aveva messo gli occhi su quella terra e soprattutto su quella roccia, picco e sperone a guardia della via sottostante, con quella costruzione aveva manifestato la chiara intenzione non di mettere dazi ed oneri per chiunque passasse da quella strada, ma direttamente di aggredire chi la percorresse, di depredare di averi e merci i commercianti che si trovavano a passare di lì, ed il tempo avrebbe solo confermato i suoi biechi propositi, la sua palese sfida.
Chiamò a tal proposito un famoso maestro d’opera che giunse da molto lontano e che si premurò di spiegare agli uomini che il segreto per fare reggere l’intero bastione sarebbe stato conficcare bene la prima pietra nel terreno; se quella fosse stata saldamente posta, qualunque costruzione, di qualunque peso, avrebbe potuto essere innalzata senza fare sgretolare il suolo. Gli artigiani, guardandosi attorno, decisero di scegliere come prima pietra una lastra litica di colore nero che poggiava sopra un cumulo d’argilla poco distante da quel cantiere che sembrava non voler sorgere. La lastra era straordinariamente pesante, e furono necessari molti uomini per trascinarla sino al punto designato per la posa. Ma non appena gli operai la deposero a terra, il suolo iniziò a scricchiolare, mostrando cedimenti e distacchi di roccia. «Inutile!», pensarono; nemmeno l’idea dell’illustre maestro era riuscita, e l’unica via sembrava ormai quella di demordere da quell’intento. Ma il nobile non volle sentire ragione, li congedò tutti, ordinando loro di tornare alle tende poste poco distanti e di riposare, perché presto avrebbero avuto da lavorare; alla posa della prima pietra ci avrebbe pensato lui stesso.
Gli uomini sbalorditi non capivano né cosa intendesse, visto che lui era uomo d’armi e nulla conosceva delle arti costruttive, né come avrebbe potuto compiere qualcosa di simile, tanto più da solo. Con sguardi increduli si accomiatarono dal loro signore, facendo ritorno all’accampamento. Tutto sommato avevano tempo per riposare e la cosa non dispiaceva affatto, anche se, in cuor loro, pensavano onestamente che quella sarebbe stata l’ultima notte trascorsa nei pressi di quel cantiere così particolare e difficile; non sarebbe certo riuscito il cavaliere, da solo, là dove non erano riusciti uomini esperti e numerosi. Giunse l’oscurità; al rintocco della mezzanotte gli uomini si risvegliarono improvvisamente, accomunati da una strana sensazione che stringeva loro il cuore. Mentre, ancora assonnati, si interrogavano sul perché di quel brusco risveglio e su quale presenza angosciante li stesse attanagliando, udirono uno strano rumore, più simile a un lamento, come quello di un bambino prossimo alla morte, una voce capace di gelare il sangue e che proveniva dall’area del cantiere. In men che non si dica balzarono tutti fuori dalle tende e, sotto una luna piena e luminosissima, scorsero la grande lastra di pietra nera piantata fermamente nel terreno, e sopra di essa il cavaliere che aveva commissionato i lavori. Egli, però, non era solo; accanto a lui, immobile, vi era la figura di una donna, colei che in paese tutti chiamavano la Strega, la quale rapidamente si dileguò nel bosco. Il Signore, visti i suoi artigiani guardarlo senza parole, estrasse la spada dal suolo e, rimasto da solo in piedi sul grosso masso, urlò loro che la prima pietra era stata posta e che dal giorno seguente avrebbero potuto riprendere i lavori, come infatti fecero.
Il maniero fu interamente costruito e pronto entro due anni da quel giorno e, durante quel tempo, non vi fu mai il minimo inconveniente a rallentarne l’edificazione, che agli inizi sembrava tanto improbabile, dato che la prima pietra era stata posta proprio sul precipizio che guardava a Pincana. Da lì il Signore diede inizio alle sue opere di assalto e depredazione a danno di chiunque osasse passare lì sotto. Il passaggio era però obbligato per chi volesse vivere di commerci e fu a quel punto che i paesi limitrofi iniziarono a coalizzarsi per porre sotto assedio il castello, ma per quanto tentassero di prenderlo e di catturarne il proprietario, non riuscirono mai nell’intento, e così iniziarono a diffondersi tra i valligiani voci di una stregoneria compiuta per edificarlo, di un mistero legato alle sue fondamenta che lo rendeva inespugnabile.
Passarono gli anni e il Signore durante un viaggio incontrò una giovane ragazza, ne fece presto la sua sposa e la condusse al suo palazzo. Tutto andava bene, ma una notte di luna piena intorno alla mezzanotte la giovane signora fu svegliata da un incubo; il marito che, nel frattempo, si era destato dai sussulti nel letto le chiese cosa stesse succedendo; lei rispose che sentiva salire una parola dalle cantine, e questo le creava ansia e malessere. L’uomo non comprendeva, ma lei continuava ad asserire di avere visto una parola spaventosa passarle davanti. Il marito pensò che fosse impazzita e purtroppo non ebbe modo di indagare cosa opprimesse sua moglie, poiché a seguito di quelle notti la donna iniziò a manifestare febbre alta, preludio di una grave malattia che la portò via in pochi giorni.
Dopo circa un anno il Signore convolò a nuove nozze. Spiegò alla nuova sposa cosa fosse successo alla prima, ma narrando la vicenda come una stranezza, una fantasia ai limiti del ridicolo. Dopo poco tempo anche la seconda moglie iniziò a sentire dei lamenti provenire dalle profondità sulle quali poggiava il maniero, e questo accadeva nelle notti di luna piena, intorno allo scoccare della mezzanotte. Il marito si premurò di tranquillizzarla, di spiegarle che ciò che sentiva non erano altro che gufi, senza però riuscire a convincerla con quei discorsi, tanto che la donna non si sentiva affatto rassicurata. I lamenti tornarono a ripetersi e ricordavano il pianto di un bambino prossimo alla morte. Nonostante il divieto del marito, la donna decise di indagare presso la servitù: qualcuno del resto doveva sapere, e intendeva scoprirlo. Ma le sue condizioni di salute divennero presto cagionevoli, una forte debolezza prese a consumarla e peggiorò ulteriormente dopo il parto di una bella bambina, che non poté crescere. La morte tornò a colpire ed il Signore si ritrovò vedovo per la seconda volta.
Egli era consapevole di non potere educare e crescere da solo una bambina così piccola, e per questo la affidò ad alcuni parenti, sino a che la ragazza, raggiunti i vent’anni d’età, si sposò, ma ben presto rimase vedova; il marito, un baldo cavaliere, era morto durante le Crociate e lei si ritrovò sola con una bambina piccola il cui nome era Gardis. Il nonno, appresa la notizia, ordinò che la figlia e la nipote venissero condotte al castello; il maniero era abbastanza grande da accoglierle entrambe, e poi erano la sua famiglia, non le avrebbe lasciate di certo sole.
L’arrivo di Gardis a Pincana portò una ventata di freschezza nella vita di tutti, dalla servitù ai cavalieri che supportavano il Signore nelle sue scorribande atte a bloccare il passaggio di chiunque osasse avventurarsi lungo la strada che correva sotto la rocca, ed anche per lo stesso nonno i cui tratti arcigni erano stati ammorbiditi proprio dalla presenza della piccola che, sempre sorridente, correva da una parte all’altra della fortezza.
Arrivò un freddo inverno e la bambina si ammalò, le cure non sortivano nessun effetto e la piccola era sempre in preda ad una febbre alta. Dopo sette giorni di tormenta finalmente un potente vento scacciò le nubi ed il panorama intorno al castello si fece di bianco ghiaccio. Su quel manto candido la luna rifletteva la sua luce e fu durante una notte di luna piena che la vita della bambina sembrò arrivata al termine. A vegliarla quella notte c’erano il nonno e la serva più anziana del palazzo.
Il Signore dopo alcuni tentennamenti ordinò alla serva di far aprire le porte del castello e di abbassare il ponte levatoio. La donna si allontanò per eseguire l’ordine e svegliare gli altri servi, affinché l’aiutassero a fare quanto era stato ordinato. Egli intanto prese una coperta, avvolse il corpo della febbricitante Gardis e fece per uscire dalla stanza, ma si imbatté nella figlia che era stata svegliata dal trambusto e da un lamento. La giovane madre incontrò lo sguardo dell’uomo con la bambina in braccio ed esordì: «Padre, ho udito un lamento tremendo, come sta Gardis?» Il padre le rispose: «Non sta peggio di qualche ora fa, ma devo allontanarla da qui». La figlia non capiva, lo vide soltanto imboccare la grande scalinata e dirigersi verso l’uscita, mentre lei lo seguiva implorandolo di non uccidere la piccola esponendola al gelo invernale. Arrivati entrambi di fronte al ponte, si innescò una vera e propria lotta per appropriarsi di quel povero fagottino. Il Signore urlava ai servi di trattenere la figlia, mentre la giovane invocava aiuto per riportare dentro la bambina gravemente malata. Ma il padre ebbe la meglio ed iniziò a correre verso il bosco, tra alberi carichi di neve e lungo un sentiero illuminato soltanto dalla luce della luna, con la figlia dietro di lui che continuava ad implorarlo di restituirle la piccola.
Giunsero ad una casa, la più vicina al castello, entrarono ed i contadini che vi abitavano offrirono loro le cure che la loro modesta condizione permetteva. Passarono le ore e Gardis sembrava migliorare nonostante la folle corsa notturna nel bosco. Con lo scorrere dei giorni la bambina si ristabilì completamente e fu riportata al castello; la madre tentò invano di chiedere al padre la motivazione di quel gesto folle compiuto in pieno inverno alcune settimane prima, ma non ebbe mai risposta. Lui la liquidò sempre con un «Dovevo fare così!», lasciando aperte molte domande su quell’evento e sulla guarigione inaspettata della nipotina. Ma una nuova ombra di morte gravava sulla fortezza. Da lì a poco la figlia del Signore si ammalò e morì lasciando la nipotina con il nonno, che la affidò alle cure di familiari esterni che potessero occuparsene come molti anni prima avevano fatto con la madre. Intanto la vecchia domestica incominciò a domandarsi come mai tutte le donne del castello di Pincana legate al Signore si ammalassero sino alla morte.
Passarono dieci anni e Gardis fu richiamata al castello; era bella e spensierata, ed il suo carattere gioviale e allegro esercitava un effetto persino su quell’uomo burbero e scontroso con il mondo che, accanto a lei, assumeva toni di accondiscendenza e benevolenza inattesi. Gardis era ormai giunta in età da marito ed il nonno pensava di farle sposare un giovane e valoroso cavaliere privo di famiglia; alla sua morte avrebbe lasciato a loro il castello in eredità. Ma i piani del vecchio Signore subirono una battuta d’arresto a causa di un incidente.
Una mattina, durante la colazione, Gardis esordì con una domanda che lasciò il nonno senza parole: «Nonno, per caso stanotte hai sentito gli strani rumori? Si sentiva una voce che sembrava provenire da una tomba, e poi le urla disperate di più persone». Il nonno celò con difficoltà la propria preoccupazione; anche le altre donne che erano entrate a vivere nel castello e che poi erano morte avevano iniziato in quel modo, eppure, senza lasciare trapelare emozioni, rispose: «No Gardis, non ho sentito nulla, probabilmente saranno stati degli uccelli o il vento che spira dal Sassolungo, creano rumori che spesso possono sembrare voci».
La risposta bastò a rasserenare Gardis, che lasciò scivolare via quel senso di disagio che la notte precedente le aveva lasciato. Ma, durante la prima notte di luna piena, il Signore, attorno alla mezzanotte, sentì bussare fragorosamente alla propria porta; era Gardis: «Nonno, nonno! Ho sentito di nuovo l’urlo ed ho pure sentito salire qualche parola verso l’alto che ho distinto perfettamente!» Tutta trafelata gli riversò addosso quel pensiero e poi, d’un sol fiato, riprese: «Deve per forza esserci qualcuno nel sotterraneo, fai chiamare gli uomini di guardia!» Il nonno impiegò tutte le proprie forze per calmare la nipote e per farla demordere dal voler scendere nei sotteranei del castello a vedere cosa vi fosse nascosto. Le assegnò anche una nuova camera, non più sullo strapiombo che guardava verso la strada sottostante di Pincana, ma dal lato del bosco, vicina alla stanza della domestica, alla quale affidò la cura della nipote nel caso avesse ancora sentito qualcosa.
Trascorse nuovamente del tempo e, alla successiva notte di luna piena, sempre intorno alla mezzanotte, Gardis riprese a sentire lamenti, grida e poi parole salire dai sotterranei. Si diresse immediatamente verso la camera della vecchia serva che tentò di calmarla in tutti i modi, ma nelle risposte che le dava, Gardis colse incertezza e titubanza, comprendendo subito che la donna sapesse molto più di quanto volesse ammettere. Iniziò allora a tormentarla con domande senza fine, sino a che la domestica confessò che il castello custodiva un segreto. Le urla che di tanto in tanto si sentivano provenire dal basso avevano origine sotto la base del mastio, dove una botola dava accesso ad una prigione senza porte né finestre. Gardis era raccapricciata da quel racconto, soprattutto non osava pensare che suo nonno fosse davvero la persona crudele di cui aveva sentito narrare dalle voci di paese, alle quali non aveva mai voluto credere, perché per lei, e con lei, l’uomo era sempre stato il migliore nonno del mondo.
Tradì presto il giuramento fatto alla domestica e decise di mettersi alla ricerca di quel luogo dimenticato da tutti alla base del castello, il cui pavimento si trovava quaranta piedi più in basso rispetto alla botola e nel quale erano rinchiusi ladri, ma anche semplici viaggiatori e mercanti che avevano avuto la sfortuna di transitare lungo la strada di Pincana. Da loro il vecchio Signore sperava di ricavare il massimo dai cospicui riscatti richiesti alle famiglie d’appartenenza. Nel frattempo la vecchia domestica si sentiva perduta e sapeva che presto il suo padrone l’avrebbe fatta giustiziare per essere venuta meno alla parola data.
Il maniero celava infatti un mistero che nessuno, in tanti anni, aveva mai compreso davvero. Se i prigionieri urlavano, lo facevano soltanto nelle notti di luna piena, e per di più unicamente a mezzanotte, quando da profondità ancora maggiori della montagna, fondamenta stesse del castello, si levava una parola che giungeva sino ai merli della torre più alta, ed allora il lamento si innalzava potente. La cosa più terrificante era però il motivo di quelle urla; i prigionieri cercavano di coprire quelli che sembravano i gemiti di un bambino prossimo alla morte. Poco dopo, esattamente come tutte le altre volte, calava però il silenzio più assoluto. Gardis, tuttavia, non intendeva venir meno all’impegno preso con sé stessa: scoprire una volta per tutte da dove provenissero quelle grida e quei lamenti.
Raggiunse la base del castello, scese negli scantinati e, trovata la botola, iniziò ad urlare con tutte le proprie forze: «Sono venuta in vostro aiuto, ho una scala di corda!» La calò dentro quella voragine nera e sentì la corda tendersi fra le mani di qualcuno che l’aveva afferrata per un’estremità; poi una voce le gridò di tirare, ma lei non aveva forza sufficiente. I prigionieri allora la sollecitarono: «Trova un uncino, qualcosa che spunti dal muro e a cui possa essere legato un capo della scala». Gardis iniziò ad avanzare a tastoni lungo il muro, cercando un appiglio che permettesse agli uomini di risalire da quell’oscura gola nella quale erano stati isolati dal mondo, ma nel buio della cantina perse l’equilibrio e precipitò lei stessa dentro la botola aperta, cadendo sul mucchio di paglia posto esattamente sotto l’apertura, che serviva ad attutire le cadute dei prigionieri per evitare di ucciderli; altrimenti il Signore del castello non avrebbe potuto ottenere i riscatti con cui accrescere le proprie ricchezze. Gardis cadde, ma nessuno se ne accorse poiché era svenuta e non si muoveva; gli uomini, nel buio della notte, continuarono a chiamarla senza ricevere risposta, pensando che forse sarebbe tornata la notte successiva.
Il mattino seguente, attraverso qualche raro raggio di luce che illuminava debolmente le profonde segrete, i detenuti si accorsero del corpo della giovane, riverso sulla paglia, e iniziarono a domandarsi con stupore chi fosse. Intanto la ragazza si era risvegliata e, nonostante il terrore iniziale di trovarsi in mezzo a ladri e furfanti, rinnovò la propria volontà di aiutarli. A quel punto uno dei prigionieri le domandò chi fosse e lei candidamente rispose: «Sono la nipote del Signore del castello», suscitando risatine e battute di scherno fra i detenuti, incapaci di concepire che un uomo tanto arcigno ed insensibile avesse una nipote così disponibile e pronta al sacrificio. Intanto Gardis si guardava attorno, distinguendo sagome di uomini immobili e comprendendo che si trattava di morti in decomposizione, abbandonati tra i vivi e dimenticati là sotto nel buio di quella prigione, scoprendo tutto d’un tratto di quali atrocità fosse capace l’uomo che fino a poche ore prima, per lei, era stato il caro nonno.
Era sorto un nuovo giorno e Gardis non si trovava; uno scudiero fu mandato agli appartamenti del Signore per avvertirlo della sparizione della nipote. Il Signore montò su tutte le furie e pretese di sapere se il ponte levatoio fosse stato abbassato, ma la risposta fu negativa. Lo scudiero aggiunse che Gardis era stata cercata ovunque, persino nella fontana e nei fossati, ma senza alcun esito; la ragazza sembrava proprio scomparsa. «A meno che non sia finita nelle segrete», esordì lo scudiero. «Del resto, già da qualche giorno diceva di voler scendere fin là sotto». Il Signore rispose con un sussulto: «Cosa mi stai dicendo? Sapevi una cosa del genere e non mi hai avvertito?»
Indossò in fretta gli abiti e chiamò a sé quattro uomini armati, ordinando loro di munirsi anche di scale di corda. Si diressero tutti verso il cammino di ronda, lungo il quale era già appesa una scala sulla quale la giovane Gardis aveva perso l’equilibrio, precipitando nella voragine sottostante. Tutti però finsero che fosse stata collocata lì per la discesa; nessuno avrebbe osato dire al vecchio Signore la verità, poiché al solo pensiero sentivano la sua ira addosso ed il cappio stringersi attorno al collo.
Giunsero alla base del castello, da cui si apriva l’accesso alla prigione sotterranea; lì si udì la voce di Gardis provenire dal basso. «Gardis, sei tu?» chiese il nonno con la voce rotta dall’emozione. «Sì nonno, sono io, sto bene, stai tranquillo, butta solo una scala di corda». L’uomo si affrettò a fare quanto richiesto dalla nipote e, quando tirò su la scala, vi trovò aggrappati due dei reclusi. La ragazza li stava incitando a salire tutti quanti; lei sarebbe risalita per ultima, suo nonno non l’avrebbe certo abbandonata laggiù. Quando i primi tredici uomini riemersero dalle profondità del castello, tornò alla luce anche Gardis, e tutti gli occhi erano puntati su di lei; approfittando della distrazione generale, i detenuti riuscirono a disarmare le guardie. Il Signore tentò di reagire, ma uno spintone lo fece vacillare; Gardis, nel tentativo di impedirgli di cadere nel vuoto, lo afferrò per un braccio, ma la sua esile figura venne trascinata là dove da poco era riemersa, e questa volta insieme al nonno.
L’uomo si rialzò subito ed estrasse il pugnale che portava sempre con sé, pronto a difendersi nell’oscurità da coloro che erano rimasti laggiù; ma i prigionieri non avevano intenzioni violente. Tutta la loro attenzione era rivolta a Gardis, che giaceva immobile sul mucchio di paglia. Aveva evidentemente riportato gravi ferite interne, non parlava, non emetteva alcun suono, riusciva soltanto a sbattere lentamente le palpebre. Gli uomini, in quella flebile luce, la osservavano con apprensione; il loro pensiero era interamente rivolto a quella ragazza che si era presa cura di loro, abbandonati là sotto, isolati dal mondo, dalle famiglie e dalle loro vite, lasciati a marcire in condizioni disumane, proprio lei che in quell’abisso di tristezza era scesa nel tentativo di aiutarli.
Di sopra le guardie erano state legate e rese inoffensive. Le stesse scale di corda che avevano permesso la liberazione di molti uomini erano servite per immobilizzarle. I prigionieri ormai liberi iniziarono a scorazzare per il castello; ovunque si udivano grida e risate di scherno verso il Signore, che da aguzzino era divenuto prigioniero. Tornarono poi a recuperare anche gli ultimi reclusi e non persero occasione per deridere quell’uomo per il quale avevano nutrito tanto odio. «Come vi trovate laggiù? Belle le stanze che avete preparato per noi, vero? E l’appetito? Per sfamarvi avrete paglia a volontà e forse qualche osso avanzato dei nostri ultimi succulenti pasti». La schermaglia proseguì ancora a lungo; alcuni uomini si erano sdraiati a terra con il volto rivolto verso l’apertura, come si potrebbe fare osservando un buco nel ghiaccio. Continuavano a ridere e a dimostrare di conoscere bene i misteri del castello.
«Cavaliere!» gridarono ancora. «Dovete ringraziare che vostra nipote non sia caduta nella botola già la scorsa notte, altrimenti avreste danzato insieme al vostro castello sino al burrone…» Quelle parole lasciavano chiaramente intendere che conoscessero molti segreti del maniero e lo confermarono poco dopo. «E come mai molti anni fa portaste via vostra nipote ancora in fasce? Il vostro castello non vi sembrava così sicuro?» E scoppiarono nuovamente in risate e scherni. «Maledizione!» pensò il vecchio. Quegli uomini sapevano, e si capiva perfettamente. Si alzarono allora tutt’intorno all’apertura oscura ed iniziarono a saltare ed urlare: «Signor Cavaliere, noi conosciamo il segreto!» La libertà li aveva ubriacati e resi scatenati. Il Signore si domandò come potessero conoscere quel segreto, ma ben presto furono proprio loro a spiegarglielo.
«Signor Cavaliere, la notte in cui riusciste a conficcare la prima pietra insieme alla Strega foste molto astuto. Il vostro castello sarebbe rimasto vergine, inattaccabile ed inespugnabile. Ma quando costruiste il carcere vicino alle fondamenta foste molto meno accorto, perché nelle notti di luna piena, come quella in cui venne posta la prima pietra, le fondamenta gemono come un bambino prossimo alla morte. Parlano con la voce della vergine che avete offerto alle profondità della terra e pronunciano una parola alla volta, componendo una frase spettrale che nessuno di noi vorrebbe mai più udire, ma che portiamo impressa nella memoria: “Sotto le fondamenta una vergine è murata e, se un’altra vergine morirà, il castello precipiterà”».
Il cavaliere, accecato dalla rabbia, prese ad insultarli con ancora maggiore violenza, nonostante la sua non fosse certo una posizione privilegiata. Attendeva l’arrivo dei servi che credeva ancora fedeli, ma nessuno accorse in suo aiuto. Tentò allora di chiedere ai furfanti una scala per poter risalire insieme a Gardis e soprattutto soccorrerla, ma gli uomini reagirono in modo inatteso e feroce; invece di aiutarlo, iniziarono a scagliare pietre prese dai muri circostanti dentro quel buco nero che li aveva inghiottiti per tanto tempo, cercando di colpire il Signore del castello. Il vecchio, divorato dall’ira e dalla sete di vendetta, estrasse il pugnale che portava sempre con sé, sollevò Gardis, ormai incapace persino di parlare, le puntò la lama alla gola e gridò: «Se non volete che la uccida, visto che tutti conoscete il segreto, buttate giù una maledetta scala, altrimenti fra poco finiremo tutti nel precipizio!» Il tono era perentorio e la scena sembrava volgere al peggio, quando i ladri, dopo una breve consultazione, risposero: «Va bene! Un attimo soltanto e caliamo la scala».
Convinto di essere riuscito nel proprio intento, il Signore ripose il coltello nel fodero, adagiò nuovamente la nipote sul mucchio di paglia ed attese qualche minuto, ma nulla accadde. Non si vedeva alcuna scala e soprattutto era calato un silenzio che non lasciava presagire nulla di buono. Chiamò a gran voce quegli imbroglioni che invece se l’erano data a gambe levate. Solo Tom, una delle guardie del castello, rispose: «Mio Signore, non c’è più nessuno e noi quattro siamo stati legati saldamente». L’uomo li incitò allora ad urlare con tutto il fiato che avevano in corpo, così da richiamare l’attenzione dei compagni d’armi; in questo modo le guardie furono liberate e finalmente l’anziano castellano e la nipote vennero riportati alla luce.
Nonostante il trascorrere dei giorni, Gardis non mostrava segni di miglioramento. Il Signore, furente, un giorno ordinò di far chiamare una Cristanna, donna esperta di erbe salutifere e rimedi antichissimi contro ogni male. La donna venne condotta quella stessa sera nella stanza della giovane, ma dopo averla osservata a lungo sentenziò che ormai non vi fosse più nulla da fare. Poco prima di lasciare la camera si rivolse al vecchio Signore dicendogli che doveva parlargli lontano da orecchie indiscrete. Si avvicinò allora e bisbigliò: «Un solo consiglio ho da darvi: andate via tutti prima che sia troppo tardi!» Il vecchio ebbe un sussulto ed arretrò di colpo, respingendola con un gesto brusco. «Brutta strega! Anche tu allora conosci il segreto! Vattene!»
La Cristanna non se lo fece ripetere due volte e lasciò immediatamente la stanza, mentre la porta si richiudeva con violenza alle sue spalle. Il Signore sentì che, allontanandosi lungo i corridoi del maniero, la donna si tratteneva con la servitù fra bisbigli e mezze parole, ma decise che non avrebbe più riaperto quella porta.
Nel cielo la luna si levava luminosa, quasi al culmine del proprio splendore. Era la notte di luna piena e la mezzanotte era ormai vicina; Gardis stava per morire. Il nonno avvertì una stretta improvvisa, uno scoraggiamento nuovo per un uomo come lui. Ricordò la notte in cui era riuscito a conficcare la prima pietra su quello sperone roccioso. Ricordò la Strega. Aprì la porta della camera, ma il castello, ormai deserto, attendeva soltanto la propria rovina.
Tutti si erano ormai messi in salvo; lo avevano abbandonato al destino, a quell’epilogo che mai avrebbe immaginato potesse giungere davvero. Rientrò nella stanza e vide la ragazza distesa nel letto: avvolta nei broccati giaceva immobile, il volto di un pallore marmoreo rischiarato dalla luce della luna. All’improvviso si udì il rumore di catene. Il Signore si affacciò ad una finestra del maniero e vide il ponte levatoio sollevarsi lentamente da solo, senza che nessuno azionasse gli argani che ne governavano il movimento. Prima di assistere alla propria fine, il castello sembrava quasi avere deciso di isolarsi dal resto del mondo, ultimo e solitario spettatore del proprio crollo, mentre una parola, l’ultima, percorreva vibrando le spesse pareti sino a raggiungere la camera di Gardis, dove il Signore la udì chiaramente: «…precipiterà».
Attese allora il gemito, il pianto di bambino morente che ogni volta seguiva le parole levatesi dalle fondamenta verso il cielo. Ma il gemito non venne. Si levò invece un verso raccapricciante, animalesco, feroce, simile al ruggito di una creatura pronta ad assalire la propria preda. Per la prima volta il Signore conobbe la paura della morte. Pensò alla fuga, ma dove avrebbe potuto andare? Gardis ormai era spirata e giaceva fredda ed immobile nel letto. Uscì dalla stanza, ma quasi nello stesso istante comprese che non avrebbe potuto fuggire. Un uomo d’armi non abbandona il campo, mai!
Indossò allora l’elmo, impugnò la spada e tornò nella camera; accanto al corpo della nipote attese il compiersi della profezia. I muri iniziarono a vibrare, le cime turrite cedettero sotto i colpi di quel verso terrigno e sotterraneo che sconquassava la montagna, ed infine il palazzo precipitò nell’orrido sottostante.
Il destino del castello di Pincana si era compiuto.
Note
«Chi percorre oggi l’antica Via Pagana, in alto verso il monte Balèst, vede ancora le rocce solcate da spaccature profonde e il precipizio di Pincana. Ma del castello, che un tempo dominava la strada, non vede più alcuna traccia.»
Così scriveva per terminare la lunga narrazione della leggenda de Le fondamenta incantate Karl Felix Wolff nel 1932 quando redasse il racconto del Signore del maniero e della leggenda legata al suo basamento. Chissà da quale narrazione orale raccolta qua e là, nella sua ricerca alla scoperta delle figure leggendarie e mitologiche dei Monti Pallidi, aveva sentito parlare di questo castello, che si diceva fosse crollato rovinosamente giù verso il Pinkenbach — Rio Pincan, e di cui mai nessuno però aveva trovato tracce.
La storia peraltro, come riporta una nota dell’edizione più recente della Mursia, era sconosciuta nella sua valle e veniva narrata nelle valli orientali delle Dolomiti, portata insieme ai commerci di cavalli e di beni. Non sappiamo in quali scorci di un tempo risalente a molti secoli prima quella storia nacque, ma Wolff la rinarrò ridandole corpo e vita, nonostante, a suo dire, del castello in quel momento non vi fosse nessuna evidenza. Si narrava quindi di un palazzo dalle velate tracce storiche, di una costruzione che sembrava prendere forma solo grazie alla fantasia di qualcuno che in una buia sera si era messo a raccontarne per ingannare il tempo prima del riposo.
Karl Felix Wolff non poteva sapere — come molti prima di lui che avevano raccontato e tramandato quella storia — che invece il castello dalle fondamenta incantate esisteva davvero anche se più in basso di dove narra la sua versione della leggenda. Grazie anche alle scarne indicazioni scritte da Marx Sittich von Wolkenstein che lasciò comunque segnalazioni precise sull’ubicazione del castello in documenti del XVII secolo, ed incrociando versioni differenti della leggenda, nell’estate del 2000 l’archeologo Dott. Herwig Prinoth del Museum Ladin di St. Martin in Thurn — San Martino in Badia, iniziò a effettuare sondaggi in Annatal — Val d’Anna, sul colle Pinkan — Pincan, situato più in basso rispetto alla localizzazione indicata dalla leggenda sul monte Balèst.
Analizzando varie declinazioni del racconto, fu lì che trovò evidenza di importanti testimonianze archeologiche. Il colle sorge tra due torrenti, l’Annabach — Rio Anna ed il Pinkanbach — Rio Pincan a 1400 m. di altitudine in una zona impervia da raggiungere ed ideale come area difensiva. E fu proprio nella zona che guarda a quella Via dei Pagani di cui si narra, a quel Troi Paian che corre da Säben — Sabiona a St. Ulrich — Ortisei unendo la Isacktal — Valle Isarco con la Grödnertal — Val Gardena. Qui rinvenne resti di mura e attraverso scavi — in corso ancora oggi — riportò alla luce strutture del XIII secolo, riconducibili con certezza al Castello di Stetteneck.
I lavori di ricerca hanno portato al ritrovamento di un edificio risalente al XIII secolo, la cui collocazione permetteva il controllo della maggior parte del territorio di St. Ulrick — Ortisei e dell’Alpe di Raschötz — Resciesa; il maniero aveva una lunghezza di circa cinquanta metri, con fondamenta spesse sino ad un metro e ottanta per un perimetro di sessanta metri. Ad oggi sono stati ritrovati i resti del mastio, delle mura di cinta, un cancello ed una porta romana di precedente costruzione. Tra i reperti si annoverano anche un acciarino in selce tipicamente medievale, una pedina da gioco, una punta in ferro di balestra insieme ad un’oolite lavorata molto probabilmente come proiettile, resti in vetro finissimo di una lampada ad olio, oltre a varie ossa di animali domestici e a ceramica romanica risalente appunto al XIII secolo.
Il casato dei von Stetteneck viene citato in uno scritto datato 13 maggio 1256 custodito nell’archivio del castello vescovile di Brixen — Bressanone, con chiaro riferimento a tale Gebhardus; il documento parla di un trattato di pace reso necessario a seguito del mancato rispetto del passaggio di mercanti e venditori, con furti ed aggressioni, e si decretava che chiunque avesse disatteso la legge nei cinque anni successivi avrebbe perso feudi e possedimenti.
Nel trattato, allo stesso Gebehardus de Stetenekke, viene chiesto di rimborsare l’azienda agricola Vishalco. Il proprietario del castello, a cui si fa riferimento anche in altri documenti datati 1283, 1298, 1305 nei quali compare il suo nome, viene descritto a partire dal 1277 come giudice di Guifidaun — Gudon, oggi frazione del Comune di Klausen — Chiusa all’Isarco, e anche come ministeriale al servizio del Principe Vescovo di Bressanone. Adelheid fu l’ultima erede della stirpe e figlia del cavaliere, sposa di Regimbert IV di Säben — Sabiona; Gebhardus ebbe altri due figli maschi oltre a lei, Iacob e Peter che morirono senza succedergli. Non si conoscono ad oggi i motivi della completa distruzione del castello se non stando alla tradizione popolare, secondo la quale il maniero fu distrutto da una catastrofe naturale crollando nel dirupo del Pinken — Pincan.
Sempre secondo la leggenda nei pressi del rio l’unica cosa che fu rinvenuta intatta fu una campana L cusé da Sàcun e la scoperta fu ad opera di un animale che stava pascolando. Questa campana tipica del XIII secolo, oggi si trova nella cappella dei Caduti a St. Ulrich — Ortisei. È probabile che il castello possedesse una cappella con tanto di campana e che questa sia riconducibile proprio al maniero degli Stetteneck. Vi è poi un documento datato 1283 conservato al British Museum di Londra ed in cui è attestata una Cappellam Sancti Jacobi Apostoli in Staetenecke, che conferma soltanto l’esistenza di una precedente cappella sul territorio della famiglia nobiliare, con grande probabilità parte del castello.
La leggenda nella versione di Karl Felix Wolff è lunga più di venti pagine ed è intitolata solo Le fondamenta incantate, titolo trasposto da quello originale tedesco Das Schloss am Abgrund (Il castello sull’abisso); sebbene del nome del castello a cui è dedicato, nel racconto non si faccia mai menzione. La storia è raccolta in Leggende delle Dolomiti, volume edito da Cappelli nella sua edizione originale del 1967 e ripreso poi da Mursia nella riedizione del 2013.
Le Cristanne
La figura della Cristanna compare anche in altre narrazioni leggendarie dell’area ladina. Nella leggenda Le Due Madri, storia di una premonizione, queste donne sono associate ad una dimensione profetica e ad una conoscenza che trascende quella degli uomini comuni. Esse conoscono infatti il destino dei figli rapiti e sono in grado di indicare alla protagonista la via da seguire.
Anche ne Le Fondamenta incantate di Burg — Castel Stetteneck la Cristanna viene introdotta come figura esperta di antichi rimedi erboristici e di cure contro ogni male, apparendo così come depositaria di un sapere nascosto. Chiamata al capezzale di Gardis, comprende immediatamente che la sorte della giovane è segnata e, soprattutto, conosce il segreto che grava sul castello. Le sue parole non rappresentano una cura né un rimedio, ma un avvertimento: abbandonare il maniero prima che sia troppo tardi.
Pur comparendo brevemente nel racconto, la Cristanna si inserisce quindi in quel gruppo di presenze femminili che la tradizione popolare descrive come custodi di conoscenze antiche e interpreti di realtà invisibili ai più, poste in una posizione intermedia tra il mondo degli uomini e quello del soprannaturale. Nella leggenda di Burg — Castel Stetteneck il suo sapere si scontra tuttavia con l’inevitabilità del destino: pur comprendendo ciò che sta per accadere, non può impedire il compiersi di un fato ormai segnato.
La Vergine nelle fondamenta
Uno degli elementi più interessanti della leggenda è senza dubbio quello della Vergine murata nelle fondamenta del castello. Nella narrazione raccolta da Karl Felix Wolff la giovane viene offerta alle profondità della terra affinché il maniero possa sorgere saldo. La sua presenza non si esaurisce però nel sacrificio iniziale; la Vergine continua infatti a vivere nelle fondamenta stesse del castello, la sua voce risale periodicamente dalla montagna e la sua sorte rimane indissolubilmente legata a quella dell’edificio.
Sebbene sia difficile stabilire in quale misura tali racconti conservino il ricordo di pratiche realmente esistite in relazione alla costruzione di manieri, sappiamo che offerte rituali anche umane venivano fatte sin dai tempi preistorici, si pensi alle mummie di palude che sono, in alcuni casi, giunte sino a noi pressoché intatte.
Anche in ambito domestico troviamo testimonianze di offerte destinate alla protezione di una nuova abitazione, come per esempio gatti murati negli stipiti di una porta d’entrata. Queste reminiscenze riflettono comunque una concezione antica secondo la quale la fondazione di un edificio non fosse un semplice atto tecnico, ma un evento carico di implicazioni simboliche e sacrali. La costruzione di una dimora o di un ponte comportava infatti la trasformazione di uno spazio naturale in uno spazio umano e ordinato, passaggio che nella mentalità tradizionale richiedeva spesso un’offerta.
Nella leggenda de Le Fondamenta incantate di Burg — Castel Stetteneck la Vergine diviene così il vero fondamento del castello. Non sono le pietre a sostenerlo, ma la Vita che è stata consegnata alla montagna. Per questo motivo la profezia che attraversa il racconto appare tanto significativa: quando una seconda Vergine morirà, il patto originario verrà meno e l’edificio precipiterà nell’abisso. La rovina del castello non rappresenta soltanto la distruzione di una costruzione, ma la fine di un ordine antico fondato su un sacrificio che la leggenda non ha mai dimenticato.
Immagini
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2.3.4. Tratte da www.geocaching.com
Bibliografia
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Wolff Carlo Felice, L’Anima delle Dolomiti, Capelli Editore 1967
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Wolff Karl Felix, Leggende delle Dolomiti il Regno dei Fanes, Mursia Editore 2013
Riferimenti ad altri contributi dell’autrice
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Cfr. Le due Madri, storia di una premonizione
https://ilblogdilujanta.eu/articoli/2018/22018—le-due-madri-storia-di-una-premonizione/
Sitografia
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Planker Stefan, Prinoth Hervig,
Relazione sulla scoperta archeologica del Castello Stetteneck in Val Gardena
https://micura.it/upload-ladinia/files/310.pdf - https://www.valgardena-groeden.com/it/cultura-e-territorio/castelli/castello-di-stetteneck/
- https://de.wikipedia.org/wiki/Burg_Stetteneck
Risorsa online consultata durante la fase di ricerca preliminare (2018); non più disponibile al momento dell’aggiornamento del lavoro (2026).