Burg Karneid — Castel Cornedo. Potere, giurisdizione e la Cavalcata della Morte nella Eisacktal — Valle Isarco

Sabato 7 luglio 2018

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Un destino leggendario unisce due luoghi la cui storia si innesta l’una nell’altra. Separati da appena trenta chilometri, riecheggiano di antiche energie attraverso i racconti che li accomunano, con varianti narrative che non sono che sfumature temporali.

Eppure, proprio queste differenze sono capaci di mantenere vivo quell’alone misterioso che, al di là di come siamo abituati a vederli e viverli oggi, li colloca proprio attraverso quell’impianto leggendario fra i luoghi maggiormente importanti dell’intera Provincia: Burg Karneid — Castel Cornedo e il Wallfahrtsort Maria Weißenstein — Santuario della Madonna di Pietralba.

Il legame con il Wallfahrtsort Maria Weißenstein — Santuario della Madonna di Pietralba, qui solo accennato nella sua dimensione simbolica e leggendaria, sarà oggetto di un articolo dedicato.

Karneid — Cornedo all’Isarco

Il paese si adagia su una collina solatia, a pochi minuti da Bozen — Bolzano, a 510 m di altitudine, fra vigneti e castagni. Appartengono al territorio comunale le frazioni di Steinegg — Collepietra, Blumau — Prato all’Isarco, Gummer — San Valentino in Campo e Kardaun — Cardano, sede anche del Municipio, il cui stemma — una pila argentea con lati incurvati su sfondo azzurro, adottato nel 1968 — rimanda ad una delle famiglie che più a lungo abitò il maniero: i von Liechtenstein. La nobile casata si insediò nel 1378, quando i Conti di Tirolo assegnarono loro la proprietà del castello, che mantennero sino al 1764, anno in cui si estinse la linea di discendenza della stirpe.

Il Comune, il cui toponimo fu attestato per la prima volta tra il 1142 ed il 1170 nelle forme Corneit, Curneit, Curneid, deriva dal latino cornus e affonda le sue radici in epoca preistorica, come dimostrato dall’archeologo Adrian Egger che nel 1912 testimoniò, attraverso scavi, la presenza di resti di semplici fortificazioni note come forti di bastioni, veri e propri muretti a secco dietro i quali la popolazione poteva rifugiarsi in caso di assalti o invasioni. Bastioni ubicati per lo più su alture e rilievi, da cui si godeva un’ottima vista sul territorio sottostante, e che costituivano un articolato sistema di difesa per gli abitanti dei villaggi, le cui strutture abitative si estendevano ai piedi delle aree difensive. Tali resti sono ancora oggi riscontrabili in luoghi come il Tschatscher Bühl, il Pstosser Bühl, lo Streitmooser Köpfl, il Lantschner Köpfl ed il Gschliregg a Steinegg — Collepietra, la Brunner Wand ed il Kolmbühl a Karneid — Cornedo, nonché il Gallbühl e la Hochklause a Blumau — Prato all’Isarco. La zona divenne poi Terra abitata dai Reti dal secondo millennio sino al 25 a.C., mentre nel Medioevo la sua storia si legò indissolubilmente al suo castello.

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1.2. Burg Karneid — Castel Cornedo

Burg Karneid — Castel Cornedo

A partire dal 1973 il castello è dimora privata della famiglia di origine bavarese di Christoph von Malaisé, che lo ereditò da Friedrich von Miller. Il maniero presenta una storia articolata sviluppatasi nei secoli sin dalla sua edificazione, collocata attorno al tardo XIII secolo — sebbene la data esatta non sia nota — ad opera, pare, dei Signori von Grafeinstein. A questi subentrarono i von Liechtenstein (1378-1766) e, alla morte dell’ultimo erede della casata, il castello passò in proprietà al Comune di Bozen — Bolzano, venendo successivamente acquisito dai Signori von Goldegg per poi giungere ai von Miller, sino agli attuali proprietari. La sua imponenza architettonica è amplificata dall’altura dalla quale domina il territorio circostante: esso sorge infatti sul lato sinistro della Eisacktal — Valle Isarco, all’imbocco della Eggental — Val d’Ega, su uno sperone roccioso circondato da dirupi ed orridi, elementi che ne accentuano l’isolamento e che evocano sanguinosi assedi e cruente perdite di uomini e guerrieri.

La collocazione del castello lo pose a guardia di un crocevia territoriale di primaria importanza, sia quale baluardo difensivo, sia quale punto di controllo di traffici e scambi, godendo dei diritti amministrativi che consentivano l’imposizione di dazi e tributi, oltre a rappresentare il distretto dell’autorità giudiziaria locale, competente tanto per le pene pecuniarie quanto per quelle corporali, sino alle sentenze capitali, di cui è attestata l’esecuzione attorno al 1500 in località Gallpichl, sede del patibolo. Fra i territori soggetti alla giurisdizione di Burg Karneid figuravano Kardaun — Cardano, Steinegg — Collepietra, Blumau — Prato all’Isarco, Gummer — San Valentino in Campo e Welschnofen — Nova Levante. In origine la zona ospitava anche un secondo tribunale con sede presso il Castello di Steinegg — Collepietra, la cui autorità confluì progressivamente in quella di Karneid — Cornedo, parallelamente alla rovina del primo maniero, sino alla costituzione, a partire dal XVI secolo, di un’unica autorità giudiziaria distrettuale.

Nel corso dei secoli Burg Karneid subì rimaneggiamenti ed ampliamenti, ma la configurazione attuale può essere ricondotta all’intervento della famiglia aristocratica dei von Miller ed al 1838, anno in cui ebbero inizio importanti lavori di restauro dopo la distruzione quasi totale verificatasi nel 1766, quando cessò di abitarvi la Stirpe dei von Liechtenstein. Il feudo era stato concesso dal 1387 a Giovanni Liechtenstein detto il Vecchio, fratello di Guglielmo, dai Conti di Tirolo Alberto e Leopoldo d’Austria. Fu Giovanni a combattere contro Federico IV, Duca d’Austria detto il Tascavuota (ted. mit der leeren Tasche 1382-1439), al quale si arrese dopo un lungo assedio, si narra grazie alla mediazione di Oswald von Wolkenstein.

A cinquant’anni da quella resa, i Signori di Liechtenstein rientrarono nel castello, restaurandolo, abbellendolo e abitandolo sino alla seconda metà del XVIII secolo. Oggi la struttura appare costituita da edifici di differenti altezze, tra i quali emerge il mastio, probabilmente eretto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo; a epoca successiva risalgono invece le feritoie fuciliere, il cortile con pozzo e la scalinata con loggia a due piani. Il ponte levatoio venne sostituito da una struttura lignea fissa, tuttavia collocata in posizione diversa rispetto all’originaria.

La cappella di Sant’Anna

L’edificio certamente più singolare del complesso è la cappella di Sant’Anna, la cui base si innesta in quella del mastio, che penetra all’interno della cappella stessa separandola in due sezioni disposte ad angolo acuto. Spicca fra i dipinti un affresco risalente al XIV secolo raffigurante il Trionfo della Morte. All’esterno, una monumentale figura di San Cristoforo completa l’impianto architettonico.

Il maniero, a seguito di interventi strutturali eseguiti nel corso del XVI secolo, vide elevarsi quasi tutte le proprie parti. Il castello divenne visitabile soltanto a partire dal 2006 e unicamente nel periodo compreso tra aprile ed ottobre. L’accesso è consentito esclusivamente il venerdì, in orario prestabilito dalle 15 alle 16,30, con ingresso garantito ad un minimo di dieci partecipanti, accompagnati da guida e previa prenotazione obbligatoria. Maggiori informazioni e contatti sono disponibili sul sito del Comune.

Deutschnofen — Nova Ponente

L’etimologia del toponimo deriva dal neolatino nova, con il significato di terreno recentemente messo a coltura. Storicamente, come suggerisce il nome Deutsch, il territorio fu abitato da genti di origine germanica, mentre Welschnofen — Nova Levante, località posta ad est nella medesima area geografica, fu abitata da genti ladine, come indica l’antico aggettivo tedesco Welsch, riferito a ciò che appartiene a lingue non germaniche, come il retoromanzo ladino.

Il termine Welsch deriva dal germanico antico Walholz, evolutosi successivamente nell’Alto Tedesco Antico Walisch, sino al Nuovo Alto Tedesco Welsch, parola collegata ad una popolazione Celtica, i Volci, stanziata tra la Turingia ed il Reno, territorio confinante con le tribù germaniche, cosicché per queste ultime essi rappresentavano semplicemente i Welschen, ovvero coloro che parlavano una lingua differente.

Le località assunsero quindi la propria denominazione sia in relazione alla messa a coltura di nuovi terreni agricoli, sia in base all’origine linguistica delle comunità insediate. Il termine Deutsch nacque nel Medioevo, in un’epoca in cui la Germania non esisteva ancora come Stato, così come siamo abituati a conoscerlo. In quel periodo i dotti e gli ecclesiastici si esprimevano in latino, che in tutto il mondo europeo era la lingua degli eruditi, mentre la popolazione parlava il Theodische, idioma popolare composto da numerosi dialetti, di cui si rinviene la prima attestazione storica nel 768 d.C.

Il Theodische rappresentava dunque la lingua del Popolo e dal latino medievale Teodiscus derivò quello che oggi definiamo tedesco. Una delle prime testimonianze documentarie menziona Teutschnofen — Nova Teutonica, denominazione attestata nel 1209, mentre al 1175 risalgono le prime citazioni del toponimo Noue — Nova.

Antico insediamento di origine preistorica, abitato già tra il 5700 ed il 5000 a.C., oggi il territorio conta circa quattromila abitanti distribuiti anche nelle frazioni di Petersberg — Monte San Pietro, Eggen — Ega e Obereggen, ad un’altitudine che varia tra i circa 400 ed i quasi 2800 m s.l.m.

Lo stemma araldico del Comune è suddiviso in due campi, uno argenteo, sebbene in foto sembri bianco, ed uno rosso, sormontati da un ramo nero, elementi che richiamerebbero i colori delle Dolomiti — variabili dal bianco all’argento sino al rosa — del porfido quarzifero, che nella Regione Trentino-Alto Adige ricopre ampie aree, e della fitta vegetazione boschiva che caratterizza il territorio.

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3. Stemma del Comune di Deutschnofen — Nova Ponente

Il racconto popolare ha conservato tracce di un immaginario nel quale Burg Karneid — Castel Cornedo non è soltanto luogo di potere e giurisdizione, ma spazio di confine, attraversato da presenze e narrazioni che ne amplificano il significato simbolico.

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La leggenda

Narra il racconto che il Signore di Burg Karneid — Castel Cornedo disponesse dell’autorità tanto di proteggere quanto di imporre tributi a chiunque percorresse le strade che si snodavano verso l’Eisacktal — Valle Isarco o verso l’Eggental — Val d’Ega. Le due arterie costituivano snodi fondamentali per i collegamenti della regione, e da esse il maniero traeva una ricchezza senza pari, accumulata sotto lo sguardo vigile della sua imponente mole.

Le ricchezze si riversavano nelle casse del castello e ciò consentiva al Signore di garantire la serenità degli abitanti della costruzione fortificata. Tale condizione permetteva di mantenere saldi i rapporti con gli alleati e di reperire cavalieri pronti a sostenere scontri e battaglie in difesa del Signore e dei suoi possedimenti. Ma giunse un giorno una notizia contro la quale né il denaro né alcuna azione difensiva avrebbero potuto nulla.

Era scoppiata un’epidemia di peste giunta sino alla città di Bozen — Bolzano. Il Signore di Karneid decise allora di fare un voto, si recò alla piccola cappella di Weißenstein — Pietralba e promise che, se il maniero fosse stato graziato e fossero usciti intoccati dall’epidemia, avrebbe compiuto con tutti loro un pellegrinaggio di ringraziamento. Inoltre, si sarebbe impegnato a costruire una cappella più grande, dedicata alla Bianca Signora, quale ex voto.

Di ritorno al maniero, il nobile vedeva, da lontano, i fuochi delle pire su cui venivano arsi i morti causati dall’epidemia insieme a tutti i loro averi; il vento, nonostante la distanza, portava nuvole di fumo ed echi di sofferenza e morte, devastazione e disperazione.

Giunto al castello, fece sollevare il ponte levatoio, con l’ordine a chiunque di non abbassarlo per nessun motivo. Trascorsero le settimane, e gli abitanti continuarono la loro vita rinchiusi in quel mondo separato che li isolava ancor più, nella speranza di sfuggire a un contagio che avrebbe potuto essere letale. Le loro preghiere, e soprattutto l’impegno assunto dal loro Signore, li avevano salvati.

Col tempo, tuttavia, la paura svanì e la promessa fu dimenticata. La vita dei castellani e della servitù venne allora sconvolta dall’arrivo di una nuova malattia, che pareva essersi abbattuta unicamente su Burg Karneid. Fu presto morte per tutti: uomini e animali perirono, e il castello rimase desolato, avvolto da un’aura di angoscia e di fine.

Gli spettri dei defunti si radunarono nella loro nuova veste di disperazione e abbandono. A cavallo dei loro destrieri fecero abbassare il ponte levatoio, e i suoi cigolii raccapriccianti aprirono la via al corteo mortifero. In testa il Signore di Burg Karneid, seguito dai cavalieri, dai membri della famiglia e dalla servitù, avvolti negli abiti migliori e preceduti da stendardi di morte. Mestamente si diressero verso la frazione di Petersburg — San Pietro al Monte, a Deutschnofen — Nova Ponente, per mantenere ciò che in vita avevano promesso e tradito.

Nelle notti più buie, quelle di luna nera, il corteo si muove ancora verso l’immenso prato per rendere omaggio alla Signora di Weißenstein — Pietralba. Il Santuario spalanca le sue porte; a Lei essi si inchinano, prima di fare ritorno al castello che custodisce i loro spiriti.



Note

L’osservazione dei luoghi qui indagati, ricondotti entro la denominazione dei “Varchi della Morte” e letti attraverso le rispettive tradizioni leggendarie, conduce a considerazioni maturate nel corso della ricerca e scaturite dall’intreccio tra fonti storiche, Tradizioni leggendarie e Memoria popolare, con l’intento di offrire possibili chiavi interpretative; a compimento del quadro delineato, si rivela utile una lettura incrociata dell’altro lavoro dedicato al medesimo ambito.

Drei — Tre Bethen

La dedicazione della cappella di Burg Karneid a Sant’Anna richiama il Culto delle Tre Bethen, in particolare della Dea Ambeth, dalla quale deriverebbero diversi nomi, tra cui Anna. Ad Ambeth è associato il colore bianco ed essa è considerata Dea primigenia della Terra e dei Cicli della Natura, intesi come perpetuo ripetersi di Nascita-Morte-Rinascita.

Le Tre Dee sono rintracciabili anche nella frazione che ospita il Santuario di Petersberg — Monte San Pietro (in tal senso, è utile la lettura del mio precedente articolo sulle Tre Bethen) e nella chiesa che ancora oggi ospita la piccola statua della Bianca Vergine, la quale, sebbene si trovi a Laifers — Laives, è intitolata a Sant’Antonio Abate e a San Nicolò. San Nicolò costituisce infatti un comune denominatore spesso ricorrente nei contesti collegati al Culto delle Tre Filatrici di Vita.

La successione calendariale di Santa Barbara — il cui Culto si stratificò su quello della Dea Borbeth — celebrata il 4 dicembre, due giorni prima della festa di San Nicolò, suggerisce come, in territori abitati da popolazioni Germaniche, possano essere sopravvissute venerazioni di origine Celtica o pre-Celtica, condivise più ampiamente nel mondo indoeuropeo e giunte sino al Basso Medioevo, quando furono rielaborate nel Culto delle Tre Sante.

I Popoli convenzionalmente definiti Celti, anch’essi di origine indoeuropea, entrarono infatti in contatto con stirpi autoctone portatrici di una comune radice cultuale europea, dalla quale attinsero anche le popolazioni successivamente denominate teutoniche. Su tale substrato si innestarono mitologie differenti. A tal proposito la persistenza della venerazione per le Tre Filatrici indica non solo una condivisione duratura di simboli e credenze, ma anche una testimonianza di come quest’area sia stata non solo terra di transiti, ma anche luogo di incontro e reciproca influenza culturale.

Scelta narrativa

Nelle tre versioni della leggenda di Burg Karneid — Castel Cornedo che ho consultato, il corteo lugubre ripete il suo pellegrinaggio, con varianti di tempo diverse, in una versione ogni cento anni, in un’altra tutte le notti nella terza solo nelle notti di luna nera ed è a questa visione che ho adeguato il mio racconto.







Immagini

Tratte da Internet:

Bibliografia

  • AA.VV. Guida ai Misteri e Segreti del Trentino Alto-Adige e Friuli Venezia Giulia, Sugar Editore 1972
  • Dal Lago Veneri Brunamanria, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende dei castelli del Trentino Alto-Adige, Newton&Compton Editori 2002
  • Zanolli Renzo, Guida ai luoghi del Mistero di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Il Marcopolo Edizioni 2011

Sitografia

Sitografia storica (risorse non più attive nel 2026)

Risorsa online consultata durante la fase di ricerca preliminare; non più disponibile al momento dell’aggiornamento del lavoro.