Maria Weißenstein — Pietralba. Là dove la fede sostituì il rito: geografia sacra, apparizioni e controllo del culto
Sabato 7 luglio 2018
Se a Castel Cornedo, come visto nell’articolo precedente, il Varco si manifesta attraverso il potere e la Cavalcata della Morte, a Maria Weißenstein — Pietralba esso assume una forma differente: la Morte simbolica, che si inscrive nella dimensione del culto e della devozione. Qui la stratificazione storica e religiosa restituisce un luogo nel quale antiche ritualità vengono assorbite, trasformate e riorientate all’interno del Cristianesimo, senza tuttavia perdere del tutto la loro originaria carica simbolica.
Auf der Alm da gibt keine Sünde
«Auf der Alm da gibt keine Sünde» — «Sulla Malga non c’è peccato», si soleva dire, poiché nella memoria popolare sopravviveva una ritualità a carattere propiziatorio e quindi sessuale, atta a favorire la fertilità del suolo, del bestiame e delle comunità umane e che con forte probabilità veniva celebrata nell’area in cui oggi sorge Maria Weißenstein — Santuario della Madonna di Pietralba.
Suggestive testimonianze giungono infatti riguardo a questo luogo, situato a 1520 metri di altitudine. Narrazioni certamente di origine leggendaria, ma capaci di delineare con chiarezza il profilo simbolico del sito e le sue peculiarità in epoche nelle quali il politeismo, i Cicli della Natura e la connessione con Entità e Divinità regolavano lo scorrere del tempo delle comunità insediate in queste zone. Il detto popolare sopra citato suggerisce che le aree destinate alle malghe non fossero soltanto luoghi ben esposti e solatii, ma spazi nei quali le popolazioni pagane, avvicendatesi nel tempo, riconoscevano particolari caratteristiche di natura energetica, rendendoli ricettivi ad offerte e ritualità, tra cui quelle connesse alla sfera sessuale.
Ci troviamo nella prima metà del XVI secolo quando, secondo la tradizione, proprio perché su quel pianoro si celebravano orge e pratiche legate al piacere sessuale, sarebbe apparsa la Madonna a un contadino malato, lamentando tali consuetudini. In seguito a quell’evento, si narra che le comunità pagane e le loro ritualità si spostarono altrove e che proprio in quel luogo venne edificato un santuario dedicato al Culto mariano.
Sin dal 1553 le invocazioni alla Madonna Addolorata, rappresentata da una miniatura in alabastro di circa venti centimetri raffigurante la Madre con il Cristo deposto dalla croce sulle gambe, furono ritenute portatrici di numerose grazie, come testimoniano le centinaia di ex voto ancora oggi esposti nel corridoio attiguo alla chiesa dell’attuale grande Santuario. Proprio il rapido incremento del numero di pellegrini rese ben presto non più sufficiente la cappella fatta edificare da Leonhard, rendendo necessaria la costruzione di una nuova struttura, già visitabile dal 1561, che nel 1638 lasciò spazio all’edificio oggi esistente, ultimato nel 1654 e consacrato il 1° giugno del 1673 dal Principe Vescovo Sigmund Alfonso von Thun.
L’origine miracolosa e la soppressione del Culto
Indagini ecclesiastiche condotte a cavallo tra il 1629 ed il 1658 sancirono ufficialmente l’origine miracolosa del Santuario di Weißenstein — Pietralba. Tra il 1719 ed il 1722 il complesso assunse l’aspetto che in larga parte conserva ancora oggi, grazie a rimaneggiamenti affidati a Johann Martin Gump e al suo collega Agostino Maria Abfalterer, entrambi architetti di corte ad Innsbruck. Nel medesimo anno 1722 venne inoltre realizzato un convento annesso al luogo di culto, completando l’assetto architettonico del Santuario. Nonostante la fama oramai consolidata, il complesso conobbe tuttavia un periodo di chiusura: per volontà dell’Imperatore d’Austria Giuseppe II, tra il 1787 ed il 1836, vennero infatti decretate sia la serrata totale del Santuario sia la soppressione del Culto.
Il trasferimento a Leifers — Laives e la riapertura del Santuario nel 1885
In quel periodo la statuina devozionale fu trasferita nella chiesa dei Santi Nicolò e Antonio Abate a Leifers — Laives, dove è conservata tuttora; dalla riapertura del Santuario nel 1885, infatti, la statua della Vergine collocata sull’altare non è che una copia del celebre e taumaturgico originale. Gli edifici del complesso vennero venduti ad un acquirente bolzanino, Johann Gugler, che fece demolire le tre torri della chiesa e gli eremi costruiti nel secolo precedente attorno al nucleo originario e più autentico dell’area sacra, là dove lo stesso Leonhard Weißensteiner aveva scelto di trascorrere la propria vita in eremitaggio e preghiera, affidando la gestione dei suoi beni e dei suoi possedimenti ai figli.
L’intero edificio fu così adibito a stalle e fienili, ma la devozione popolare non si estinse del tutto: i pellegrini continuarono a raggiungere il luogo per venerare la Vergine, sebbene in numero fortemente ridotto. Risulta interessante interrogarsi sulle motivazioni di tale scelta imperiale, poiché, al di là della tutela degli interessi della Corona, essa rivela un atteggiamento critico nei confronti di una fede che aveva inglobato e trasformato antiche venerazioni politeiste, le quali, celate sotto il velo del Cristianesimo, venivano sfruttate dalle autorità ecclesiastiche, generando situazioni giudicate allarmanti dall’autorità politica. In questo contesto — come in molti altri casi a partire dall’anno 1000 — il potere statale si pose in aperta opposizione a quello clericale e papale.
Controllo del Sacro e repressione del pellegrinaggio durante l’Età dei Lumi
La credenza e la venerazione popolare entrarono in aperto contrasto con le idee illuministe, orientate ad eradicare ogni forma di pratica devozionale, in particolare quelle rivolte alla Madonna ed ai Santi, giungendo a negare Culti legati a luoghi specifici e tentando al contempo di recidere il legame tra le popolazioni e le Tradizioni inglobate nel Cattolicesimo, così come con le narrazioni e le leggende proprie di ciascun territorio, ritenute superstizioni inconciliabili con il pensiero dominante. Se da un lato vi era dunque l’intento di modificare una mentalità ed una cultura giudicate incompatibili con l’Età dei Lumi, fenomeno diffuso in tutta Europa, dall’altro emergeva una motivazione di natura eminentemente politica.
Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, nel suo progetto di accentramento del potere a discapito del Clero imperiale, emanò l’11 aprile del 1772 un’ordinanza che vietava qualunque pellegrinaggio di durata superiore alla giornata e che non fosse accompagnato dal proprio parroco, proibendo inoltre il contatto fisico con le reliquie, compresi i gesti di devozione come il toccarle o baciarle. Tale disposizione impediva di fatto l’allontanamento dalle parrocchie di appartenenza, azzerando i grandi spostamenti che vedevano persone di diversa estrazione sociale percorrere lunghe distanze per recarsi in determinati luoghi di preghiera.
Alla promulgazione di questo provvedimento seguì un’ulteriore ordinanza, datata 1783, riguardante lo scioglimento delle Confraternite incaricate dell’organizzazione dei pellegrinaggi. La riforma non interessò esclusivamente i territori austriaci propriamente detti, ma si estese a tutte le regioni dell’Impero, incluse la Lombardia e i Paesi Bassi. In tale contesto venne coinvolto anche il Santuario di Weißenstein — Pietralba, luogo al quale era legata la stessa Maria Teresa d’Austria, madre dell’Imperatore, che vi si era recata in preghiera per ottenere la grazia della nascita di un erede maschio. La gratitudine dell’Imperatrice trovò espressione anche in un affresco tuttora conservato all’interno della Basilica, che raffigura Maria Teresa mentre offre alla Vergine il piccolo Giuseppe.
Al pari di altri grandi centri di devozione, Weißenstein — Pietralba costituiva un importante luogo di aggregazione e la decisione di decretarne la chiusura fu il risultato di un’analisi che includeva anche aspetti di natura psicologica, propri della visione illuminista del fenomeno del pellegrinaggio. Quest’ultimo era infatti percepito come un mezzo capace di riunire masse di popolazione spesso accomunate da un diffuso stato di malcontento e irrequietezza, sentimenti che la Chiesa tendeva a incanalare proprio attraverso le visite ai luoghi ritenuti di particolare valore religioso e spirituale.
Fu in tale contesto che, con la Controriforma, a partire dal XVI secolo vennero promossi e fatti erigere in numerosi siti luoghi di aggregazione e culto, con l’obiettivo di incanalare forme diffuse di disagio e malcontento in pratiche che avrebbero dovuto favorire la moderazione, esercitando un controllo sulle emozioni legate al malessere, alla povertà e a ciò che, nel profondo, cercava di essere orientato. In questo sistema l’Imperatore individuava tuttavia un vero e proprio giogo mentale che, se da un lato poteva costituire per la Chiesa uno strumento di gestione e controllo dei credenti, dall’altro favoriva il radunarsi di grandi masse in un medesimo luogo, con il rischio che quel malcontento venisse convogliato in forme di rivolta, dando origine a focolai numerosi e difficilmente gestibili sotto il profilo dell’ordine pubblico.
Gesti di devozione: dall’atto di fede al rito apotropaico
Fu la stessa Maria Teresa d’Austria che, nel corso del XVIII secolo, intervenne per prima riducendo drasticamente il numero dei giorni festivi, nel tentativo di contenere gli eccessi delle grandi folle, lei che pure si era recata personalmente e aveva elargito doni significativi a numerosi luoghi di pellegrinaggio e preghiera; una linea che venne poi rafforzata dai provvedimenti di Giuseppe II. In tal modo venne contrastato ciò che la Chiesa aveva promosso per secoli, inducendo i credenti non verso una spiritualità equilibrata, ma verso comportamenti che si configuravano come sfogo di squilibri interiori e, al contempo, come forme di dipendenza da viaggi e spostamenti divenuti valvole di scarico del disagio. Emblematico è il caso della devozione alla Madonna di Weißenstein — Pietralba, che spingeva i fedeli a baciare la statuina e persino a morderla per ricavarne una scheggia da portare con sé, da impastare nel pane affinché l’intera famiglia potesse beneficiare della benedizione: un gesto che saldava spiritualità e materia alla rappresentazione fisica della Vergine e che attingeva chiaramente a ritualità apotropaiche di antichissima, pre-cristiana memoria, ma che, considerati i numeri raggiunti dal pellegrinaggio nel corso dei secoli, risultava insostenibile nel breve e medio termine, oltre che inaccettabile in un contesto illuminista.
Dal 1885 il Santuario riprese la propria funzione e attività, e una copia della statua venne solennemente incoronata, rito riservato esclusivamente a quelle rappresentazioni della Madre del Cristo che godono di particolare venerazione e notorietà. In un primo momento il complesso venne affidato ai Servi di Maria di Innsbruck, il cui compito principale era la diffusione della devozione ai dolori della Vergine; durante il periodo fascista i monaci austriaci furono sostituiti da religiosi italiani appartenenti ai Servi di Maria di Vicenza, che ancora oggi abitano e custodiscono il Santuario.
La cappella di San Pellegrino Laziosi, il patrono dei malati di tumore
Nei pressi del Santuario sorge inoltre una cappella dedicata a San Pellegrino Laziosi, patrono dei malati di tumore. Nacque a Forlì tra il 1260 ed il 1345 da una famiglia nobile e, secondo la tradizione, partecipò a rivolte popolari quando aveva appena diciotto anni, arrivando a colpire in volto San Filippo Benizi, il quale, come lui, appartenne all’Ordine dei Servi di Maria, nel quale Pellegrino entrò poco dopo quell’episodio, sebbene non come sacerdote; su questa fase della sua conversione le fonti risultano tuttavia lacunose.
Molti anni più tardi si ammalò di tumore al piede, a seguito, sembra, di una penitenza che si era auto inflitta, consistente nel non sedersi mai e protrattasi per trent’anni. La guarigione sarebbe avvenuta improvvisamente dopo una visione di Cristo che scendeva dalla croce per guarirlo. Canonizzato nel 1726, San Pellegrino Laziosi è tuttora invocato contro le patologie di origine cancerogena.
Del Varco e della leggenda fondativa
Tuttavia, il concetto di Varco assume tutta la sua valenza più profonda solo nella leggenda fondativa del Santuario. La caduta, l’isolamento, l’esposizione alle intemperie per nove giorni senza cibo né acqua e l’incontro con la Vergine da parte del protagonista configurano un attraversamento simbolico che va oltre la storia documentata, inscrivendosi in una dimensione di Morte iniziatica e trasformazione, nella quale il numero nove ricorre come cifra di passaggio e rinascita.
È nella leggenda di origine di Maria Weißenstein — Pietralba che il concetto di Varco trova la sua espressione più compiuta. La narrazione dell’isolamento, della caduta, della sopravvivenza e dell’incontro con il Sacro configura un passaggio simbolico che va oltre la cronaca dei fatti, inscrivendosi in una dimensione di Morte Iniziatica e Trasformazione. Qui il racconto leggendario non accompagna la storia: la supera, rivelando il senso profondo del luogo come spazio di passaggio e rinascita.
La leggenda
Di questa leggenda, di chiara matrice cattolica, esistono rimaneggiamenti e varianti, tra le quali quella che oggi viene considerata ufficiale e nella quale è più frequente imbattersi, che fa risalire gli eventi all’anno 1547, quando si narra che la Vergine apparve a Leonhard Weißensteiner, titolare di un maso e proprietario di un podere omonimo che si estendeva nell’area in cui oggi sorge il Santuario di Deutschnofen — Nova Ponente. Leonhard soffriva di gravi disturbi di salute mentale, tanto da essere internato in manicomio. Nei momenti di lucidità si sarebbe affidato alla fede e in uno di questi avrebbe avuto la prima apparizione della Madonna, la quale, offrendogli conforto, gli avrebbe chiesto in cambio la costruzione di una cappella, una volta tornato in libertà.
Fu durante una crisi legata alla sua patologia che Leonhard riuscì a liberarsi dalle catene che lo tenevano costretto e a fuggire nel bosco, dove precipitò in un burrone dal quale riuscì miracolosamente a uscire senza ferite né traumi, riacquistando al contempo la piena sanità mentale. Proprio mentre tentava di trovare una via d’uscita dal dirupo, una nuova apparizione della Vergine lo avrebbe informato che i suoi parenti lo avrebbero ritrovato vivo il nono giorno, sebbene non avesse da mangiare e da bere. Così avvenne: Leonhard fu rinvenuto dai familiari, come predetto, al termine del nono giorno trascorso nel bosco.
Rientrato a casa, l’uomo riprese la propria quotidianità, dimenticando i dialoghi avuti con la Vergine e soprattutto l’impegno preso. Ben presto però ricadde nella malattia e, da quel momento, in un punto preciso del bosco non lontano dall’attuale Santuario, iniziarono a manifestarsi luci di origine sconosciuta. Leonhard ricordò allora il voto disatteso e rinnovò la promessa; immediatamente la salute e la lucidità tornarono e, poco dopo, ebbero inizio i lavori per mantenere, finalmente, fede all’impegno preso.
Scavando le fondamenta non lontano dal luogo dove era caduto nel burrone, rinvenne una statua raffigurante una Madonna della Pietà, che fu collocata all’interno della cappella una volta ultimata, affinché il segno celeste potesse essere venerato. A questo punto del racconto emerge una seconda variante, secondo la quale la statuina taumaturgica sarebbe stata trovata, in effetti, su un albero poco distante dal burrone della prima caduta, ipotesi ritenuta da alcuni più plausibile, poiché in quell’epoca era consuetudine collocare immagini di Madonne o santi sugli alberi come richiesta di protezione.
La Cappella di San Leonhard, dove tutto ebbe inizio, sorge poco distante dal Santuario così come lo conosciamo oggi. È il cuore di quest’area, la zona, oserei dire, più autentica, poiché, secondo la leggenda, fu proprio in questi luoghi che Leonhard si smarrì, cadde in un incavo roccioso, incontrò la Vergine e rimase esposto alle intemperie per nove giorni, senza acqua né cibo, riuscendo tuttavia a sopravvivere. Imboccando il sentiero 4 ad est della Basilica si raggiunge, dopo una breve salita, la chiesetta dedicata a Leonhard Weißensteiner; poco distante si trova il suo eremo, dove visse in silenzio e preghiera e dove costruì anche altre celle, oggi scomparse, e scendendo alcuni gradini nelle immediate vicinanze, è ancora possibile osservare la concavità nella quale cadde e rimase per nove giorni.
Note
L’osservazione dei luoghi presi in esame nei due lavori e nelle relative leggende, all’interno della denominazione “Varchi della Morte”, offre lo spazio per considerazioni che, emerse nel corso della ricerca, nascono dall’intreccio tra fonti storiche, Tradizioni leggendarie e Memoria popolare con l’intento di offrire chiavi di lettura; a completamento del quadro interpretativo, risulta utile una lettura incrociata del precedente lavoro dedicato al medesimo ambito.
Riti di fertilità
Attraverso il detto popolare in tedesco “Auf der Alm da gibt keine Sünde”, ovvero “sulla Malga non c’è peccato”, si tramanda che sull’altipiano che oggi ospita il Santuario si svolgessero riti a sfondo sessuale, non esclusivamente limitati a quel luogo; tale ipotesi fa comunque pensare a ritualità che offrissero secrezioni sessuali umane di richiamo e connessione alla fertilità, propiziatrici non solo di una prosperità fisica ma anche, e soprattutto, di visione e conoscenza, portandomi a pensare che — come altri luoghi esplorati sinora — Weißenstein sia un luogo liminale. Un sito dove, fondamentalmente, si venerasse una Madre di Morte che richiama la Donna veggente, visionaria e conoscitrice del Tempo dalle bianche ossa, la Willeweiß, già evocata in un lavoro precedente.
Il nome da cui originerebbe quello del Santuario, appartenente a colui che, in effetti, lo fondò — o almeno al quale viene attribuita tutta la storia — è un nome di cui non ho trovato riscontro né nel dizionario dei Santi consultato, né in rete al di fuori della storia del Santuario stesso. È un uomo che la leggenda descrive come malato di mente e vissuto nella seconda metà del ’500.
Da tale riflessione emerge un’ulteriore ipotesi: se davvero il Leonhard della vicenda fosse stato malato, avrebbe potuto essere semplicemente un percettivo e sensitivo e, come tale, vivere stati di coscienza profonda; oppure la sua figura leggendaria riferirsi a una persona con tali caratteristiche. Utilizzo questa definizione e non quella di coscienza alterata, poiché quest’ultimo aggettivo presuppone un opposto considerato “normale” e che riteneva, in tempi non troppo lontani — ma in effetti ancora oggi — chi manifestava determinate peculiarità di connessione con dimensioni altre, come persona non conforme a parametri per lo più religioso-spirituali o comunque pericolosa. La normalità, invece, da cui siamo stati scollegati per secoli è proprio la capacità di vivere naturalmente stati di coscienza profonda, che non necessitano di alcuna alterazione ma appartengono alle nostre infinite potenzialità di unione e trasformazione, sopite e troppo spesso dimenticate.
Madre di Giustizia
Le ossa vengono richiamate anche da Weiss — bianco e Stein — pietra, elementi che ricorrono nel cognome di San Leonhard e, di conseguenza, nel nome stesso del Santuario. Nulla è più simile alle ossa della bianca pietra, ed è proprio in bianca pietra che è costruito il Santuario, così come bianca è la neve o il ghiaccio della stagione autunno-inverno, che nella Ruota dell’Anno ne segna il tramonto, legandosi al periodo dei defunti e all’apparente staticità della Natura, sospesa nella morsa del gelo.
L’ubicazione di Deutschnofen a ovest, riscontrabile anche nella traduzione italiana Nova Ponente, si inserisce tra gli elementi a supporto di questa tesi. Pietra e ghiaccio, inoltre, sono custodi di memorie ancestrali che si rendono disponibili a chi sappia ricercarle. Una Madre che dona Morte e Trasformazione, ma che è anche Madre di Giustizia, priva di favoritismi, attua lo stesso effetto tanto verso il contadino malato Leonhard quanto verso il potente Signore di Burg Karneid. È Madre che insegna l’onore e la coerenza, che i patti vanno rispettati, e il fatto che tanto Leonhard quanto il Signore del Castello disattendano un patto sancito con volontà e impegno manifesta che il tradimento è stato prima di tutto verso i propri intenti.
Da secoli siamo abituati ad associare la Giustizia Divina a una dimensione maschile, mentre la figura della Madre è stata progressivamente ricondotta all’amore e alla pietà; qui si manifesta invece una visione differente. Leonhard promette di edificare un luogo di culto in cambio della guarigione, ma non mantiene l’impegno e si ammala nuovamente, ristabilendo la salute solo dopo aver adempiuto alla promessa.
Nella leggenda di Burg Karneid assistiamo a un’analoga dinamica: il Signore del Maniero promette di edificare un luogo di culto in ringraziamento alla Madonna qualora gli abitanti del castello vengano graziati; quando l’epidemia di peste si placa, però, tutti dimenticano l’impegno preso e una nuova pestilenza si abbatte sul castello, uccidendone tutti i residenti. Il monito si configura allora come espressione di una Divinità che offre aiuto ma esige che voti e promesse siano onorati, manifestandosi come Madre di Giustizia ed Equilibrio.
La processione notturna degli spettri che si inchinano di fronte alla Bianca Vergine può essere letta come simbolo di una Madre di Equilibrio appartenente alla Terra e alla materialità, ma riconosciuta anche nei piani sottili, onorata da coloro che non appartengono più all’ordinario tempo del piano fisico.
Leonhard Weißensteiner ritrova la Madonna cadendo in un anfratto di roccia, dove rimane nove giorni esposto alle intemperie senza acqua né cibo, prima di essere ritrovato. La roccia rimanda alle profondità di una Madre Oscura e rigeneratrice, utero primordiale. Richiama, al tempo stesso, uno dei fondamenti della mitologia germanica: il Sacrificio di Odino, il quale, per ricevere le Sacre Rune, rimase appeso all’Albero di frassino dell’Yggdrasil per nove giorni e nove notti, esattamente come il fondatore di Pietralba.
Il nove, numero-varco e radice, segna culmine e fine di un ciclo così come apertura a una nuova esistenza. Numero rinnovatore per eccellenza, nato dal tre che si moltiplica per se stesso ed espande le proprie qualità sacre. La sua importanza per i Germani è tale che Ylenia Oliverio dell’Associazione Il Bosco di Chiatri, in un articolo su Vanatrù Italia, lo definisce la “Radice numerica del Popolo del Nord”. Il nove ricorre nei Nove Mondi della mitologia, nel numero iniziale delle tribù germaniche e ancora oggi nel numero civico del Santuario: Petersberg — Monte San Pietro 9, dove la scelta non può che rimandare al simbolismo già espresso.
La Madonnina taumaturgica
Le due versioni del ritrovamento — la prima legata allo scavo della cappella originaria del Santuario e la seconda alla comparsa su un albero, ritenuta la più verosimile — riportano all’antico Culto arboreo, sopravvissuto per millenni prima di essere sradicato insieme agli alberi stessi, un tempo simboli e strumenti di connessione delle Tradizioni pagane, poi trasformati in imputati di processi ai quali non potevano opporsi. Non solo venivano abbattuti, ma sradicati e arsi affinché le Entità e Divinità che li abitavano perissero con loro. Al posto degli alberi sorsero spesso piccole cappelle o chiesette che ancora oggi costellano il paesaggio dei luoghi di culto pre-cristiano.
Immagini
- Tratte da Internet: Wikipedia.it
Bibliografia
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AA.VV. Guida ai Misteri e Segreti del Trentino Alto-Adige e Friuli Venezia Giulia, Sugar Editore 1972
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Dal Lago Veneri Brunamanria, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende dei castelli del Trentino Alto-Adige , Newton&Compton Editori 2002
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Zanolli Renzo, Guida ai luoghi del Mistero di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Il Marcopolo Edizioni 2011
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Branthomm Jean Chélini Henry, Le vie di Dio Storia dei pellegrinaggi cristiani dalle origini al Medioevo, Jaca Book 2004
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Lavarini Roberto, Viaggiatori Lo spirito e il cammino, Hoepli 2005
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Abbazia Sant’Agostino Ramsgate Grande Dizionario dei Santi, Edizioni Piemme 1990
Sitografia
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Cfr. Burg Karneid — Castel Cornedo. Potere, giurisdizione e la Cavalcata della Morte nella Eisacktal — Valle Isarco
https://ilblogdilujanta.eu/articoli/2018/72018-burg-karneid—castel-cornedo-potere-giurisdizione-e-la-cavalcata-della-morte-nella-eisacktal—valle-isarco/ -
Cfr. La Willeweiß l’Antica Profetessa delle Montagne
https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2017/12/la-willewei-lantica-signora-delle.html -
Cfr. Wielenberg, nel nome di Wielbeth, la Dea Lunare: una delle Bethen, la Triade di Dee Celtiche delle Dolomiti Pusteresi
https://ilblogdilujanta.eu/articoli/2016/242016-wielenberg-nel-nome-di-wielbeth-la-dea-lunare-una-delle-bethen-la-triade-di-dee-celtiche-delle-dolomiti-pust/
Sitografia storica (risorse non più attive 2026)
Risorsa online consultata durante la fase di ricerca preliminare; non più disponibile al momento dell’aggiornamento del lavoro.
Videografia
- Michele Giovagnoli “La Messa è finita” https://www.youtube.com/watch?v=6FX1jBOTE8g