Santo Stefano, la radice pagana e stregonica di uno dei più bei luoghi del Trentino

(Carisolo, Val Rendena, Trentino)

Venerdì 6 gennaio 2023

descrizione immagine
1. Santo Stefano di Carisolo, arrivando dalla salita

«Tra i molti personaggi illustri che sono transitati per le valli del Trentino un posto di riguardo spetta all’Imperatore Carlo Magno. Erano, i suoi, viaggi di conversione, guerre sante nel nome di Cristo evangelizzatore. Le sue infinite battaglie si lasciavano alle spalle o pagani morti o pagani convertiti alla Buona Novella».
(Mauro Neri, Le Mille e una leggenda del Trentino, pag. 450)



Cinta da imponenti boschi, svetta solitaria la chiesetta di Santo Stefano di Carisolo. La si può già scorgere dall’abitato di Pinzolo, ritta su uno sperone roccioso.

È in una giornata di novembre inoltrato che gli alberi dell’Antico Castagneto di Carisolo mi introducono alla salita che conduce a questo luogo di grande bellezza e silenzio. Si tratta di alberi secolari che, in alcuni casi, di anni ne contano anche cinquecento e che, nei secoli passati, hanno dato sostentamento sia alle genti, attraverso i loro frutti, sia agli animali, attraverso il loro fogliame — il farlet — che veniva usato per creare il giaciglio nelle stalle.

descrizione immagine
2. 3. L’Antico Castagneto di Carisolo ed il sentiero che porta a Santo Stefano

Talvolta dalle forme irregolari e fantastiche, questi imponenti centenari sembrano silenti giganti, posti a guardia del sentiero boschivo. Arrivata in cima, mi sono subito chiari gli elementi di un preistorico luogo di Culto, a cui giungo attraverso il percorso ciottolato, sino a quello che si mostrerà come una vera e propria chicca territoriale: vuoi per il sito in sé, vuoi per le leggende che, attraverso la tradizione popolare, sono giunte sino a noi.

descrizione immagine
4. 5. Forme irregolari e fantastiche dei più antichi alberi del Castagneto

1. La Val Rendena e Carisolo

Partiamo dalla Valle che mi accoglie e dalle origini germaniche del suo nome. Il nome Rendena origina con i Longobardi: in Tedesco Rand ha infatti significato di orlo, sponda, estremità.

La conca è racchiusa tra cime superiori ai 3000 metri e ghiacciai fra i più estesi d’Europa, parte del Parco Naturale Adamello-Brenta. Dal punto di vista geologico i due versanti orografici di cui si compone la Valle si distinguono tra il Massiccio del Brenta, che è di roccia dolomia, e quello del Gruppo dell’Adamello Caré Alto, costituito di tonalite.

La dolomia è pietra sedimentaria chiara, composta di carbonato di calcio e magnesio, che originò dalle barriere coralline di un mare caldo e tropicale; la tonalite, invece, è un granitoide vulcanico-magmatico caratterizzato da una grande presenza di quarzo al suo interno ed è denominata appunto il granito dell’Adamello. Il Parco — ora Patrimonio Unesco —, insieme ad un’area circostante, dal 2008 ha preso il nuovo nome di Adamello-Brenta Geopark, proprio a voler evidenziare le grandi peculiarità di interesse naturalistico.

descrizione immagine
6.7.8.9. Il bosco e i massi lungo il sentiero verso Santo Stefano

Carisolo, il cui territorio è compreso per il 92% nell’Adamello-Brenta Geopark, è l’ultimo paese della Val Rendena e sorge ad 824 m. Il nome del borgo, attestato per la prima volta nel 1484 come Carezol, deriva da caricea e, a sua volta, da carex, una pianta della famiglia delle ciperacee che vive in terreni palustri il cui fiore compare, degnamente, nello stemma municipale del Paese.

2. L’area di Santo Stefano dalla Preistoria ad oggi

descrizione immagine
10. La parete della chiesa che guarda al cimitero sottostante, sulla sinistra lo Zucàl con le tre croci

In questo contesto territoriale di contrasti si inserisce l’area di Santo Stefano, luogo di sintesi degli opposti come la Valle di cui fa parte: sintesi fra area pianeggiante e montuosa, fra la durezza della formazione granitica della sommità dello sperone roccioso e la fluidità del Sarca che, molto più in basso, scorre senza ostacoli riverberando il fragore — seppur lontano — delle sue impetuose acque. Il fiume è, sorprendentemente, l’unico elemento rumoroso ad incontrare il silenzio quasi surreale di questo luogo, che introduce alla Val di Genova, la quale, storicamente, fu nominata nel Concilio di Trento come luogo idoneo a relegare Streghe e Demoni di tutta l’area trentina.

descrizione immagine
11. Il cimitero, come appare oggi, dalla cima dello Zucàl

Viene spontaneo domandarsi perché costruire una chiesa proprio lì, lontano dall’abitato di Carisolo. La zona vide la presenza umana in epoca antichissima e nello specifico sin dall’Età del Bronzo. Su quell’altura vissero popolazioni retiche e celtiche; l’area trentina offre anche testimonianze della costruzione di castellieri difensivi antecedenti la romanizzazione. Su questi graniti, storie lontane nel tempo parlano di un castello che fu distrutto, secondo la leggenda, dall’arrivo delle truppe di Carlo Magno.

descrizione immagine
12. Il cimitero, visto dal basso con le lapidi rivolte verso lo Zucàl e la chiesa

La dedicazione a Santo Stefano richiama subito il periodo del Solstizio d’Inverno. Al termine della breve salita, lo sguardo viene colpito da tre croci che svettano accanto alla chiesa, infisse in una formazione di granito sagomato dall’azione dei ghiacciai, dall’evidente forma ovoidale che ricorda istintivamente quella di un cranio umano.

descrizione immagine
13. La scala di pietra, accesso alla chiesa di Santo Stefano
descrizione immagine
14. Dalla cima della scala, la splendida vista sulla Valle

Denominata localmente Zucàl, questa insolita formazione granitica presenta striature di natura geologica e, forse, in minor parte, anche umana. Oggi, nella rilettura cristiana del luogo, lo Zucàl è chiamato anche “Calvario” o “Golgota”, denominazioni che ne richiamano ancora una volta la forma cranica tramite la stessa etimologia del termine, dal latino calvarium (cranio), tratto a sua volta dall’aramaico Gylgalthā con senso di “luogo del cranio”.

descrizione immagine
15. Profondi solchi geologici sullo Zucàl

Le tre croci, che anche in questo caso richiamano la simbologia cristiana della crocifissione del Cristo con i due ladroni, furono installate inizialmente in legno ma, abbattute da condizioni meteorologiche avverse, vennero sostituite con delle croci in metallo che resistono fino ad oggi, saldamente conficcate nella pietra.

descrizione immagine
16.17. Vista dalla cima del masso granitico, ben visibili le striature di natura geologica che lo segnano in lungo e in largo

Documenti risalenti al XIII e XIV secolo testimoniano che la cappella sita in questo luogo era dedicata inizialmente anche a San Michele, oltre che a Santo Stefano; soltanto dal XV secolo quest’ultimo divenne patrono esclusivo del santuario. La chiesa raggiunse invece la sua conformazione attuale nel XVI secolo.

descrizione immagine
18.19.20.21.22. Solchi a X

Dallo Zucàl si gode un’impareggiabile vista verso la piana di Carisolo. Qui, in tempi remoti, si accendevano fuochi che scandivano l’alternarsi delle stagioni. E a questo luogo di morte e rigenerazione appartengono almeno due leggende — non legate a Carlo Magno — di cui narreremo più tardi.

descrizione immagine
23. Guardandosi intorno dalla cima dello Zucàl

3. La chiesa, i Santi e la Danza Macabra

descrizione immagine
24. La facciata della chiesa di Santo Stefano con i dipinti del Baschenis

La prima datazione della chiesa, giunta sino a noi grazie al ritrovamento di una pergamena, risale al 1244. L’edificio sorse su una precedente struttura romanica e, nel corso dei secoli, subì vari rimaneggiamenti. Durante i restauri degli anni Ottanta, sotto il pavimento, furono rinvenute offerte di monete risalenti ai secoli XI e XII: ciò dimostrerebbe senza ombra di dubbio che la chiesa fosse già presente a quell’epoca. All’estrema sinistra della facciata domina la figura gigantesca di San Cristoforo, con il Cristo Bambino sulle spalle, riferimento e protettore dei viandanti e dei viaggiatori che attraversavano la Valle. Qui come altrove, il Santo gigantesco assolve alla sua funzione principale, quella di proteggere dai pericoli dei fiumi, così come da tutti i rischi e disagi che potevano insorgere durante gli spostamenti.

descrizione immagine
25. San Cristoforo sull’estrema sinistra della facciata rivolta al Sole

L’attuale chiesa a due spioventi coperti di scandole mostra, sulla parete che guarda il Sole, gli affreschi più antichi, datati 1519, distribuiti su quattro registri a grandi riquadri che rappresentano, partendo dal basso, la Danza Macabra — accompagnata da scritte gotiche e volgari, più antica di quella più famosa della vicina Pinzolo, entrambe dipinte da Simone Baschenis — e la Danza del Diavolo.

descrizione immagine
26. Ingrandimento della facciata con gli affreschi, partendo dall’alto: la vita di Santo Stefano poi la Danza Macabra

I due registri superiori, riparati meglio dalle intemperie, narrano invece la storia della Vita di Santo Stefano: dalla sua consacrazione a diacono alla lapidazione, sino ai miracoli avvenuti sia sulla sua tomba sia durante la traslazione del corpo a Roma.

Santo Stefano lo si trova anche al centro, sopra il portale d’ingresso, tra San Michele, a sinistra, suo compatrono della chiesa come già visto, e San Giacomo Maggiore, a destra. Il Santo è abbigliato con paramenti liturgici, con pietre sopra la testa e le spalle, simbolo della sua lapidazione.

Sempre all’esterno della chiesa, questa volta in basso a destra della scala, un’arcata custodisce l’entrata della cripta che, un tempo, fungeva da sacrestia; di fronte ad essa, spicca una Madonna con Bambino, dai tratti dolcissimi, del 1524.

descrizione immagine
27. Madonna con Bambino all’interno dell’arcata a lato della scala della chiesa di Santo Stefano

La chiesa, purtroppo, il giorno della mia visita era chiusa, ma ho potuto comunque constatare che, al suo interno, importanti affreschi — sempre della Scuola dei Baschenis — illustrano non solo numerosi Santi, ma anche Sante come Caterina, Margherita e Orsola, che già abbiamo trovato in altri luoghi di culto precristiani del Sudtirolo. Tra i Santi compare, invece, Antonio Abate, il Santo celebrato il 17 gennaio, patrono degli animali, fortemente connesso con il fuoco tanto da esserne considerato patrono ed invocato per sconfiggere, infatti, una malattia a lui intitolata, il cosiddetto “Fuoco di Sant’Antonio” o Herpes Zoster. La sua figura e, specialmente, i suoi riti sono da ricondursi a pratiche precristiane di matrice per lo più celtica, legate a falò e fuochi rituali, di cui abbiamo accennato più sopra.

Sempre all’interno si trovano una Madonna del Latte che teneramente allatta il Bambino e un’Ultima Cena con tanto di numerosi gamberi di fiume sulla tavola. Nei bestiari medievali germanici, questi animali indicavano allegoricamente la presenza demoniaca, poiché il fatto che avanzassero a ritroso ne faceva emblema di ipocrisia e falsità quanto di eresia. Proprio per questo, negli affreschi, è esclusivamente Giuda Iscariota a cibarsene.

Conclusioni

L’area della chiesa di Santo Stefano, oltre al valore artistico che rappresenta l’edificio religioso per la Danza Macabra del Baschenis, narra, nella lingua della pietra, storie di Sacro Arcaico. Di quel Sacro che si respira oltre l’apparenza di forme attuali, in quella pietra granitica su cui oggi sono conficcate tre croci e che, nell’immaginario cultuale cristiano, oggi richiamano il Golgota. Ma è la pietra stessa a raccontare, nella forma di un cranio solcato da pieghe del tempo ben incise dai millenni e, probabilmente, in alcuni casi, anche da mano umana. Quelle apparenti fratture diventano filo di un’antica narrazione, che riecheggiò negli stessi filò dei lunghi mesi invernali.

Salire sopra allo Zucàl, volgendo lo sguardo verso Carisolo e, più giù, verso Pinzolo significa allo stesso tempo porre l’attenzione ad un senso del Sacro apparentemente smarrito, che riaffiora però oltre le stratificazioni del tempo e delle culture: lì sopra, accanto alla chiesa di Santo Stefano ed anche mediante i suoi affreschi, i suoi dipinti, così come attraverso la dedicazione a determinati Santi.

Santo Stefano di Carisolo, una meta immancabile all’interno di una ricerca culturale, cultuale ed antropologica, alle soglie della Val di Genova, dove il Concilio di Trento confinò tutte le Streghe ed i Demoni del Trentino. Santo Stefano di Carisolo un luogo liminare fra Vita e Morte, fra il Regno del Mondo Terreno ed il Regno dell’Oltremondo, popolato da Entità e Spiriti come quelli delle leggende di cui andremo a leggere. Leggende di morti, tumuli e filatura.




Note

Riguardo l’autore Aldo Gorfer

Questa esplorazione è iniziata grazie alla figura di Aldo Gorfer (Cles, 22 settembre 1921 – Trento, 12 giugno 1996), autore incontrato fra gli scaffali della libreria antiquaria presso la quale mi servo da anni, dove mi imbatto, nelle mie ricerche, in libri datati, di difficile reperibilità, spesso fuori catalogo, appartenenti talvolta a case editrici non più esistenti. Parlo di “incontro”, perché molto spesso ciò che mi conduce ad un testo è un qualcosa di sottile e impalpabile che richiama l’attenzione su un luogo, una leggenda, una narrazione che coinvolge sin dalle prime parole.

Libri che, come nel caso di quelli del Gorfer, hanno la capacità di trascinarti dentro le pagine delle sue indagini. La prima cosa che, in questo caso, mi ha attratta è stato il linguaggio, diretto, senza orpelli, di chiaro stampo giornalistico, al contempo profondo ed accurato. Il Gorfer esplorò in lungo ed in largo sia il Trentino che il Sudtirolo, con uno scopo primario — per usare le sue stesse parole — quello della mera «investigazione archivistica», quello della testimonianza dei suoi intervistati o dei luoghi visitati; testimonianza che — nei suoi intenti — aveva l’unico fine di mostrare al lettore le interazioni ed influenze che il paesaggio lascia nei suoi abitanti, e di come gli abitanti di un certo luogo influenzino lo stesso paesaggio; di come, in sintesi, queste due corrispondenze siano in profonda relazione e mutino luoghi e genti.

Il suo fu, per sua stessa definizione, un pellegrinaggio, in una civiltà rurale e montana, una civiltà in declino, osservata da viaggiatore, senza l’obiettivo di fare ricerca storica, geografica o etnografica. Pur senza questa finalità, il suo raccogliere testimonianze dirette di località e persone ha fatto dei suoi libri raccolte che illustrano storie, geografie e tradizioni. Questi testi, seppur datati — e anzi forse proprio in quanto tali — offrono testimonianze normalmente trascurate e, in alcuni casi, perse nei decenni, ed è proprio per questo che suscitano il mio profondo interesse: perché, grazie ad essi, è possibile recuperare tasselli di un passato che fu e che chiede solo di essere riportato alla visibilità e conoscenza che aveva un tempo.

Questi viaggi passano attraverso il racconto di genti che parlano delle loro comunità, del loro rapporto con il territorio e di come questo sia penetrato nelle comunità stesse, lasciando traccia di sé, attraverso le tradizioni, attraverso le narrazioni di fronte al fuoco, in un’eredità fatta di leggende, fiabe, superstizioni. Questi testi, quindi, pur senza essere libri di storia, geografia, etnologia e tradizione, esplorano questi argomenti, passano attraverso di essi per arrivare alle genti di montagna ed al loro rapporto più profondo, come eredi di un paesaggio, di un territorio che li ha plasmati nei secoli e che diventa riflesso nelle parole degli intervistati.

Un territorio che, fondamentalmente, è Natura ed è proprio dell’Essere che la vive giornalmente. Il ricorrere al folklore diventa così non raccolta fine a sé stessa, ma fondamento, introduzione di un tempo che si dilata e che include e raccoglie fra le sue righe avvenimenti storici, religiosi e spirituali, che spiegano il perché di molti atteggiamenti umani.







Immagini

  • Tratte dall’archivio personale

Bibliografia

  • Gorfer Aldo, Terra mia. Paesaggio sacro, paesaggio contadino, quando la Gente si trovava insieme, Saturnia 1980

  • Gorfer Aldo, I segni della Storia. Genti e paesaggi dell’Alto Adige, Saturnia 1982

  • Cortellazzo Mario e Zolli Paolo, DELI - Dizionario Etimologico della Lingua italiana, Zanichelli 2022

  • AA.VV. Nomi d’Italia. Origine e Significato dei Nomi Geografici e di Tutti i Comuni, Istituto Geografico De Agostini 2009

Fonti locali

  • Proloco Carisolo